Alla fattoria McKenzie il copione è uguale a se stesso da ormai trentacinque anni. Il protagonista è un lupastro blu che fa di tutto per conquistare il cuore di una deliziosa gallina di nome Marta. Ma per quanto si sforzi non ci riesce mai. Perché qualcuno ha deciso che questo matrimonio «nun s’adda fare». Questo “qualcuno” che veste i panni di un moderno Don Rodrigo è in realtà un cane da guardia, grande e grosso, registrato all’anagrafe con il nome biblico di Mosè. Per via di questa vecchia ruggine mai chiarita, la campagna dove abitano diventa teatro di battaglie epiche e leggendarie. Ma, per gli abitanti della fattoria che, assistono inermi a situazioni di ogni genere, la vita va avanti lo stesso senza troppi colpi di scena. La loro esistenza, quella di mucche, tori e maiali è, per capirci, molto simile a quella di noialtri animali a due zampe. Basta guardare quello che accade a Cesira, una talpa poco attraente e poco sexy destinata alla sua vita da massaia accanto ad un fallito che si chiama Enrico. Un marito a cui ogni donna di buonsenso chiederebbe subito il divorzio alla sacra rota ma, per motivi che solo noi umani possiamo capire, abituati come siamo a farci del male, resta fedele alla sua promessa di matrimonio.
E se il copione risulta sempre uguale a se stesso, chi legge Lupo alberto sa bene che ciò che affascina migliaia di lettori non sono di certo i colpi di scena ma la straordinaria umanità dei suoi protagonisti. Basta poco, infatti, per accorgersi di quanto la vita di quegli animali dai mille colori anche strambi, sia perfettamente identica alla nostra. Con ogni probabilità è stato proprio questo perfetto meccanismo di “identificazione” tra gli “attori” ed il pubblico a determinare il successo straordinario di Lupo alberto e dei suoi amici. Altrimenti non si capirebbe perchè oggi, oltre ai milioni di copie vendute, gli scaffali di negozi e ipermercati, siano stracolmi di piatti, tazze e bavette con la faccia del lupo blu.
L’intervista a Bruno Cannucciari è stato un piacevole passatempo, in attesa che il lupo e la gallina salgano finalmente all’altare per giurarsi amore eterno.
Come hai cominciato con questo mestiere?
Ho cominciato restaurando fumetti americani degli anni Trenta-Quaranta per le ristampe della casa editrice Comic Art. Terry and the pirates di Milton Caniff, Wash Tubbs di Roy Crane, Secret Agent X9 e Rip Kirby di Alex Raymond, Popeye, Topolino e le Silly Simphonies: mi passavano per le mani autentici capolavori tratti spesso da pagine di giornale devastate. Si trattava quindi di ricostruire su pellicola le parti mancanti delle vignette e in generale di restituire freschezza al tratto originale sporcato e reso incerto dall’usura della carta e dalla pessima qualità della stampa dell’epoca. Da qui ho appreso le magie della camera oscura, la molteplicità degli stili e soprattutto il rispetto assoluto per il lavoro degli altri. Il che non è poco, anzi.
Quando lavori per un personaggio già conosciuto come Lupo Alberto, quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi?
Il vantaggio di lavorare su Lupo Alberto è quello di muoversi in una struttura stilistico-narrativa consolidata. Ogni collaboratore poi si innamora di uno o più personaggi in particolare (io amo Alice, l’amica cicciona di Marta!) e contribuisce a svilupparne gli aspetti psicologici.
Un altro vantaggio è il privilegio di collaborare e misurarsi con un grande autore fortunatamente poco etichettabile che è pure una gran bella persona. Che voglio di più?
Lo svantaggio, se così si può chiamare, è che ci vuole un po’ più di tempo per uscire dal cono d’ombra di Silver e farsi conoscere. Ma io non ho fretta , e non è mia abitudine sgomitare. Dormo sonni tranquilli perché so intimamente di svolgere il mio lavoro al meglio delle mie possibilità nelle condizioni date.
Cambieresti qualcosa alla fattoria McKenzie?
No. Giusto una riverniciata alle staccionate e una sistemata al tetto del fienile.
Chi è il tuo autore preferito?
Anni fa avrei detto Andrea Pazienza. Ora non ho un autore preferito. Amo in egual misura autori diversissimi tra loro che fanno fumetti diversissimi da quelli che faccio io. In generale preferisco un eccesso di sincerità a un eccesso di perizia tecnica. Scozzari e Toffolo, per esempio, mi piacciono proprio per questo.
C’è qualche personaggio che vorresti disegnare?
Sì: Asterix! Mi chiuderei in casa a pane e acqua pur di avere il privilegio di disegnarlo. Ma anche Dylan Dog, in una versione più ‘umoristica’. Nella forma, ovviamente, non nei contenuti.
Se Bruno Cannucciari non fosse diventato un famoso disegnatore di fumetti oggi chi sarebbe?
Un musicista. E non è detto che ciò non possa ancora accadere.
Hai un sogno nel cassetto?
Ne ho due. Organizzare, insieme ad altri sceneggiatori e disegnatori, un laboratorio di fumetto da tenere nelle carceri: un progetto itinerante o una rete di progetti territoriali, secondo la disponibilità degli istituti di pena e degli autori. E poi realizzare dei video sperimentali d’animazione da proiettare durante i concerti della mia band.
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