Cinzia, Stefania e Simona. Storie di ordinario mobbing

Da anni l’Italia è il paese con la più bassa natalità al mondo. Una giovane regista al suo primo lavoro, Silvia Ferreri, esplora le ragioni di questa «specie in via d’estinzione», attraverso le voci di alcune donne raccolte in «unovirgoladue», film documentario che uscirà entro l’anno per Arsenali Medicei di Paolo Benvenuti. Ritratto di un paese non ancora pronto a scambiare la figura della madre con quella della madre lavoratrice.

Com’è nata l’idea di girare un documentario sul mobbing in gravidanza?

Gli spunti li ho presi dalle persone intorno a me. Ho ascoltato storie di donne che stavano portando avanti delle gravidanze e le vivevano in maniera molto contraddittoria. Si trovavano in una situazione di grande felicità ma, soprattutto nei primi mesi, dovevano tenerla nascosta al lavoro per paura delle conseguenze. Mi sono chiesta com’era possibile che un avvenimento felice e gioioso comportasse parecchi problemi. Tutte le donne che conoscevo, nel momento in cui avevano la gravidanza, sapevano che questa cosa avrebbe cambiato la loro posizione di lavoratrice. Ho pensato di scrivere ad una giornalista che curava una rubrica su un settimanale per aiutarmi ad indagare su questo fenomeno.
Lei ha raccolto e pubblicato la mia richiesta invitando le lettrici a scrivermi per raccontare le loro storie. In una settimana mi sono arrivate una caterva di lettere talmente intime, talmente emozionanti, che quando ho avuto in mano tutto questo materiale ho pensato ‘Non posso lasciarlo cadere così. C’è un disagio enorme da raccontare’. Poi ho avuto anche un validissimo supporto dal consigliere comunale Carlo Fayer e da Pamela Pantano, assessore alle Politche di promozione dell’infanzia e della famiglia del comune di Roma. Alcune donne hanno chiesto l’anonimato

Da cosa deriva questa paura?

Quasi nessuna di loro aveva voglia di farsi intervistare, di raccontare la propria storia in video. Sicuramente c’è una paura diffusa, che appartiene alle persone che ancora lavorano nei luoghi dove hanno ricevuto dei torti e vissuto un disagio. Non possono permettersi di sostenere un’intervista in cui denunciano un datore di lavoro.
Poi c’è un altro motivo che mai mi sarei aspettata, ed è che le donne hanno vergogna di raccontare la discriminazione subita. Hanno la sensazione di essere passate attraverso un’umiliazione gravissima che fanno fatica a ricordare, anche se sono passati degli anni.
Il documentario parte dal tema della conciliazione, poi affronta il licenziamento, la discriminazione e infine il mobbing.
Non essendoci le strutture d’appoggio per la maternità, come i posti negli asili, l’essere madri diventa molto più complicato. Conciliare maternità, famiglia e lavoro è una fatica enorme. Questo dà in qualche modo vita facile al datore di lavoro che vuole calcare l’accento sulla «produttività». Se il tuo bambino non ha un posto all’asilo, dove lo lasci? Allora mi crei un problema.

E il licenziamento?

La lavoratrice madre non può essere licenziata, ma può essere costretta a dimettersi senza arrivare al mobbing. Oppure, ancora meglio, le si può far firmare le cosiddette «dimissioni senza data». L’ispettorato del lavoro ha introdotto l’obbligo di convalida delle dimissioni in presenza di un delegato. Ma quale donna, dopo essersi fatta convincere a dimettersi davanti all’ispettore, dice «No, non è vero, mi hanno costretto a dare le dimissioni?». Che vita avrà in quell’azienda una volta che ritornerà a lavorare? Chiaramente è una norma che fa un passo avanti, ma ha davvero senso convalidare le dimissioni a quel punto, quando tutto è già stato fatto?
Il tema della discriminazione è introdotto dal racconto di una donna alla quale durante un colloquio di lavoro viene chiesto se è sua intenzione sposarsi e avere figli.
Questo è un capitolo breve ma a cui tengo molto.La voce di Stefania è un po’ la mia voce, quella delle mie coetanee. Sono andata ad intervistare il direttore della direzione provinciale del lavoro di Roma e mi sono fatta spiegare quali sono le norme che puniscono una domanda di questo tipo.
Chiedere ad una donna se ha intenzione di sposarsi o di avere figli durante un colloquio di lavoro è punibile con l’arresto, perché si viola articolo 8 dello Statuto dei lavoratori. Nonostante ciò, queste domande sono all’ordine del giorno.
Se tutte avessero il coraggio di denunciare una cosa del genere, credo che ad un certo punto le cose comincerebbero a cambiare. Ma i messaggi sono contrastanti, da una parte ti incitano a fare figli, a riempire le culle e poi quando li fai, come dice Mariagrazia, «ti tolgono tutto il resto».

La normativa vigente aiuta le donne?

L’Italia ha la normativa più avanzata in assoluto in tutta l’Unione europea in quanto a protezione della lavoratrice madre.
Quando una normativa è così forte, così avanzata, dall’altra parte si cerca, altrettanto aggressivamente, di aggirarla. Il mobbing, ad esempio, ti permette di aggirare la normativa.
In altri paesi il mobbing non è così forte: dove la lavoratrice non è così protetta il mobbing non ha ragione d’esistere, perché può essere licenziata. Questo non significa che non sia giusto proteggere i lavoratori.
Quasi tutte le donne che hanno subito un mobbing dopo la gravidanza sono passate attraverso fortissime crisi nervose, attacchi di panico e d’ansia. Sono quasi tutte entrate in cura da uno psichiatra, quasi tutte hanno fatto uso di psicofarmaci. Essere oggetto di discriminazione è una cosa che già di per sé non ti spieghi. Ma quando il motivo è un evento personale e bello come la gravidanza, e cioè il fatto che tu abbia espresso una parte vitale di te, diventa ancora più incomprensibile. Questo ti porta inevitabilmente al crollo psicologico.

E gli uomini?

L’Italia è stata uno dei primi paesi ad introdurre una normativa che permette all’uomo, al padre, tanto quanto alla madre, di andare in paternità: il cosiddetto «congedo parentale» di un anno. Il 6 per cento degli uomini hanno usufruito di questo diritto. Perché se sei un uomo e stai a casa con tuo figlio, ti sentirai dire dal tuo datore di lavoro che non hai voglia di lavorare. Ho intervistato un uomo che stava subendo un fortissimo mobbing per aver chiesto il congedo parentale. Era stato massacrato dal datore di lavoro, che argomentava: «E tua moglie cosa fa?». Non c’è proprio posto nella mente delle persone per i bambini.

Apro il documentario con l’immagine delle tartarughe perché sono una specie in via d’estinzione, proprio come i bambini oggi in Italia.
Per illustrare la situazione delle nascite in Italia hai usato le tue foto di famiglia, come mai?
Ripercorrendo la storia della mia famiglia, mi sono resa conto che c’era una discesa della natalità che rispettava i dati dell’Istat che ho studiato per documentarmi. Nel 1900 la media era di 4,9 figli per famiglia: la mia bisnonna ne aveva avuti cinque, poi mia nonna quattro. Babyboom, tre bambini a coppia e mia madre aveva tre figli. Così via fino ad arrivare a me che non ne ho. Da 5 a 0. La mia famiglia è una sorta di campione, piccolissimo.

Il titolo «unovirgoladue» viene da qui?

È il numero medio di figli per donna da tre-quattro anni a questa parte. Significa che ogni donna ha in media un figlio virgola due, cioè ampiamente sotto la cifra minima di ricambio di una generazione. Secondo questo calcolo statistico, una generazione ha un ricambio reale solo se ogni coppia ha due figli: per ricambiare quella coppia ci vogliono due altre nuove vite. Essendo fermi a 1,2 siamo ampiamente al di sotto. Ho voluto questo titolo perché è la cifra più bassa in assoluto mai raggiunta in Italia e in tutto il mondo. Un minimo storico.

Tags assegnati a questo articolo: documentario, lavoro, informazione, diritti, libri

Mail_long
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Bulgaria Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas 24/29 gennaio carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto