Sarà pur vero che le due culture [umanistica e scientifica] si parlano poco e magari che gli specialismi rimano con gli autismi, ma resta che le parole della scienza sono declinate in musica, nelle arti e in poesia come ricorda la prefazione dei tre curatori [Stefano Sandrelli, Daniele Gouthier e Robert Ghattas] di questa insolita antologia: «Tutti i numeri sono uguali a cinque» [284 pagine, 21 euri] che esce da Springer.
I curatori precisano come–«a parte la fantascienza»–la letteratura sia rimasta «un po’ indietro». Certo ci sono Raymond Quenau, Jorge Borges, Italo Calvino, Julio Cortazar e altri [neanche una donna?] ma sono eccezioni, anzi «quasi sempre intrusioni, ammicchi, strizzate d’occhio». Con una permanente confusione fra ciò che è scienza e il metodo scientifico, ignorando il ruolo dei linguaggi e del divertimento.
Ciò premesso, i tre «scienzettieri» [se così li può soprannominare, alla Dumas] decidono di raccogliere 21 autori – a esser pignoli, 4 sono autrici–«nel modo più libero e sfacciato che si possa immaginare, camminando di fianco alla scienza». La quarta di copertina annuncia che ci saranno «emozioni che affiancano la pratica quotidiana della scienza» e voci che emergono dal «profondo» della cultura scientifica di chi scrive «ma anche dai suoi pregiudizi».
Una cornice–se ne condividano o no tutte le premesse–davvero affascinante. Che va giudicata ovviamente solo per i risultati letterari raggiunti. Si parte bene con la misteriosa «Seconda vita di Polimorfus» di Luca Sciortino e con una divertente storia alternativa della mongolfiera, «Il fornaio e l’inventore» di Paolo Magionami. Poi seguono racconti molti diseguali per ideazione come per realizzazione. Ad esempio «Top model» di Piero Bianucci – giornalista scientifico piuttosto noto–ha uno spunto felicissimo ma si arena quasi subito. Riuscitissimo invece «L’altro Mozart» di Tullio Regge. Felice dall’inizio alla fine «Gene Lac va al giornale» di Giovanni Sabato, con un’ironia quasi feroce: è particolarmente adatto a borsisti perenni e a giornalisti purché senza coda di paglia. Altre storie invece sono ovvie, pur se scritte benissimo come «Giobbe» di Giuseppe O. Longo. In altri casi il racconto è piacevole ma l’appiglio con la scienza è piuttosto improbabile; valga l’esempio di «La grande tela» del medico e ricercatore Renzo Tomatis. Per scoprire la ragione del misterioso titolo dovrete arrivare a pagina 279 ma ne vale la pena. In chiusura d’antologia c’è un bell’omaggio a Primo Levi di Piero Bianucci che, sia detto fra parentesi, è l’unico giornalista italiano il cui nome sia stato dato a un pianetino, per l’esattezza il numero 4821in orbita fra Marte e Giove, non lontano da un altro “sasso volante” dedicato a Frank Zappa.
Un’antologia faticosa [«ventidue mesi di gestazione»] nella fattura ma interessante nei risultati per mostrare successi, fallimenti ed equivoci. Forse la letteratura dell’immaginario scientifico – della quale parlano i tre «scienzettieri»–deve attingere di più alla follia della quale tesseva l’elogio Erasmo. E a una maggiore ironia nel segno della frase [citata in chiusura di prefazione] di Chesterton: «la ragione per cui gli angeli sanno volare è che si prendono con tanta leggerezza».
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