Mondovino fa girare la testa

Recensione del film-documentario di Jonatan Nossiter "Mondovino" che racconta la storia delle saghe familiari dei broker milionari della Napa Valley, con la rivalità di due aristocratiche dinastie fiorentine e degli sforzi di tre generazioni di una famiglia per mantenere la propria tenuta di pochi acri in Borgogna.

Un rapporto religioso tra uomo e natura, il rispetto del «terroir» [una parola francese intraducibile in italiano che indica la terra fertile che genera i prodotti tipici di un territorio] o la rincorsa dei punteggi assegnati da autorevoli riviste, che negli ultimi anni si sono moltiplicate?
Nel film-documentario di Jonatan Nossiter – uscito nelle sale italiane l’8 aprile–piccoli vigneti cercano di resistere all’assalto delle grandi e nuove casate che ostentano i loro marchi, che livellano il nettare degli dei a un unico, piatto, sapore dal retrogusto standard di vaniglia, che invecchiano il vino il meno possibile per smerciarlo il prima possibile. Antichi vignaioli bandiscono l’uso dei prodotti chimici perché il vino è anche, usando le parole di Aime Guibert, poeta-vignaiolo di Luingudoca, «un rapporto religioso tra l’uomo e la terra, la terra viva, quella che non ha mai avuto prodotti sintetici» perché «un buon vino ha bisogno d’amore e umiltà». Vignaioli per tradizione e amore si oppongono a brillanti e seducenti enologi, quelli che oggi portano a quotare una bottiglia di vino oltre 140 dollari; Michel Rolland, ad esempio, considerato il principale enologo del mondo e consulente tecnico di più di 400 vini doc di Bordeaux.
Ci sono anche vignaioli che combattono, come Guibert, contro il disboscamento delle colline nei dintorni di Aniane, Linguadoca [Francia], uno dei pochi polmoni verdi che proteggono la cittadina dall’urbanizzazione incontrollata di Montpellier. Quando la famiglia di produttori californiani Mondavi – d’origine marchigiana–cercò di insediarsi tra quelle colline, sia Aime che l’ex sindaco Andrè Ruiz, insieme ad alcuni cittadini, si opposero non solo al più grande colosso enologico del mondo ma al simbolo della globalizzazione del vino, in favore della tutela del patrimonio vinicolo di ogni regione, delle tradizioni, del concetto di «terroir», della diversità.
È proprio nel concetto di «terroir» che risiede quella che si può chiamare la «filosofia» del vino e che distingue due tipi di viticoltura, quella tradizionale europea che crede nell’influenza del terroir e si esprime con le denominazioni di origine e quella più moderna che appartiene al Nuovo mondo, che invece crede nel vitigno e valorizza la varietà.
Una battaglia culturale ed economica che vede da un lato mani sporche di terra, amore e sudore, come quelle di un piccolo produttore sardo, Battista Combu e le sue emblematiche parole «Bisogna che l’uomo non si distragga, che non insegua le chimere del progresso».
Dall’altro l’industria, che mette, indistintamente, il vino in sottili barrique di quercia giovane e che auspica: «Tra dieci, quindici generazioni sarebbe fantastico vedere i nostri eredi fare il vino su un altro pianeta. Sarebbe divertente. Scotty, portami del vino da Marte!».
«Qualsiasi cosa pensiate di ciascun personaggio», per dirla con le parole del regista, «sarà esattamente quello che penserete del vino che produce».

Tags assegnati a questo articolo: beni comuni, democrazia, ambiente

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