E’ stata una scommessa rischiosa, per Carta, promuovere la manifestazione del 20 ottobre. Ci siamo infilati, insieme a manifesto e Liberazione, in un triangolo delle Bermude della politica e dei movimenti. Il messaggio, secondo noi, era: non pensiamo che la vita della società debba ridursi all’alternativa tra sostenere il governo o chiederne le dimissioni; pensiamo che sia ben più importante affermare quel che vogliamo. Sapendo che il mezzo per arrivarci non è – solo o principalmente – la politica dei partiti. In una parola: si trattava di affermare una autonomia – culturale, politica, nei modi di organizzazione – della società civile. Era una proposta assai più complicata che gridare «viva » o «abbasso», e che proponeva un metodo sperimentato con successo negli scorsi anni. «Da destra» e «da sinistra» siamo stati contestati, perché eravamo troppo «contro il governo» o, al contrario, «foglie di fico del governo», come ha detto qualcuno che disprezza amicizia e rispetto.
Sabato scorso abbiamo visto materializzarsi una domanda enorme: da parte di una quantità impressionante di persone – sindacati, circoli di partiti, movimenti, comitati…–che, se abbiamo capito bene, dicevano: vogliamo essere uniti, ma in modo nuovo, perché siamo diversi tra noi; perciò cerchiamo un’altra politica, che comprenda sì i partiti, se possibile, ma eviti con cura di esaurirsi nelle loro compatibilità, culture e modi di funzionare. Se questo è vero, noi [con il manifesto, Liberazione e tutti quelli che hanno lavorato al 20 ottobre, a Roma e in giro] abbiamo una grande responsabilità: tenere aperto il varco, fare proposte su come dare una durata nel tempo a questa buona esperienza, allargare l’interlocuzione anche a chi – per molte ragioni – non se l’è sentita di aderire alla manifestazione. E’ quel che faremo nei prossimi giorni.





