Parliamo di America latina?

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Come non bastasse Vicenza [circola da ieri l’appello per la manifestazione del 17 febbraio, la partita non è finita], come non bastasse Nairobi [il Forum sociale mondiale si è chiuso ieri, e ci sarà molto da riflettere sulla grande novità del primo Fsm in Africa e sulle piccole ovvietà di qualche aspirante “leader”, anche italiano], abbiamo trafficato per metter su un incontro [si terrà questo sabato a Roma, con l’aiuto della presidenza del Consiglio provinciale] su quel che accade in America latina. Che, come scrive Noam Chomsky in un articolo che pubblichiamo in un inserto di otto pagine [nel settimanale in uscita sabato 27], è il continente “più stimolante”. E lo è per una domanda molto semplice ed estremamente complicata: come i movimenti sociali debbano avere a che fare con i governi, e viceversa.

Dice il nostro amico e collaboratore [dall’Uruguay, ma con l’occhio lungo sul continente] Raul Zibechi, che l’ondata di governi di sinistra e progressisti in Venezuela, Bolivia, Cile Brasile, Argentina, Ecuador, sono l’esito di una grande spinta sociale e indigena, e a loro volta retro-agiscono sulle rispettve società. In modi spesso non entusiasmanti. Perciò Zibechi intervista, in quelle otto pagine, Oscar Olivera, personaggio di rilievo della lotta per l’acqua di Cochabamba che diede il via alla frana del potere boliviano: il quale ha opinioni severe sulle politiche pratiche del governo di Evo Morales. Lo stesso Zibechi ha scritto un bel libro sulle comunità aymara–gli indigeni della Bolivia–che sperimentano forme di democrazia comunitaria e municipale: il libro, con il titolo suggestivo “Disperdere il potere” [edizioni Carta Intra Moenia], andrà in edicola con il settimanale dal 3 di febbraio. Altrettanto critico è, per fare un altro esempio, l’intervento di Edgardo Lander, docente alla Universidad central de Venezuela, sulla scelta del presidente Hugo Chavez di annunciare all’improvviso che al governo sarà stato ammesso un solo partito, il partito unico del “socialismo del XXI secolo”: senza che ci si chiedesse se il partito unico, già sperimentato con insuccesso nel XX, di secolo, sia la più compiuta forma di democrazia. E del resto, dice Lander, se non ci si domanda perché non ha funzionato il socialismo del secolo scorso, un nuovo socialismo non è possibile, o non è chiaro che cosa sia.

La faccenda ci riguarda da vicino, qui in Europa. E in Italia. Non solo perché, dall’insurrezione zapatista del 1994 in poi, abbiamo tutti guardato all’America latina con speranza, interesse e curiosità. Non solo perché, come appunto spiega Chomsky, l’ex cortile di casa degli Stati uniti ha ormai conquistato una ampia autonomia. Ma anche perché governi di [centro]sinistra sospinti da grandi mobilitazioni sociali ne abbiamo diversi anche qui, nel vecchio continente. E anche noi ci chiediamo incessantemente come riuscire a interloquire con politici in generale sordi e come correggere quel che non fanno, o fanno malissimo. Ad esempio: concedere una base militare agli Stati uniti [siamo noi l’ultimo cortile di casa di Washington?] senza preoccuparsi affatto di sapere cosa ne pensano i loro elettori e, soprattutto, i cittadini che dovrebbero subire da vicino cemento e armi. Oppure, per restare invece al Forum sociale mondiale, cosa fare se una ministra [Emma Bonino sul manifesto di ieri] elogia i trattati commerciali tra Europa e Africa, proprio quelli che i nostri compagni delle grandi organizzazioni contadine africane giudicano fucili puntati contro le loro famiglie.
Dunque, se l’America latina parla di noi, noi parliamo di America latina. Sabato 27, ore 10, alla Provincia di Roma.

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