C’e’ una forte esigenza in questo Forum ed è quella di capire che succederà, nei giorni e nei mesi a venire. Sarà il sole keniano, che picchia e anche tanto vista altezza e latitudine, sarà la logistica e i collegamenti che, diciamolo, a volte sono piuttosto disagevoli, ma la domanda quale futuro aleggia in diversi contesti.
Oggi, mercoledì, è il giorno dell’elaborazione dei 21 “assi” [non avete letto male, sono proprio 21] sui quali si dovrebbe costruire la prossima agenda di mobilitazioni e stasera vedremo se l’incontro tra le organizzazioni, i movimento sociali i gruppi di donne e di produttori partoriranno un piano di azione capace di spostare l’asse dell’agenda politica.
Dopotutto la vera novità di questo forum, ma già assaporata a Bamako lo scorso anno, è la forte presenza dei movimenti contadini, la presenza dei Dalit (i senza casta indiani già fortemente presenti al Forum di Mumbai del 2004), delle donne, dei nativi. Questi sono i nuovi soggetti sociali che stanno crescendo e consolidando le loro azioni e le loro rivendicazioni. Ascoltarli e sostenerli potrebbe voler dire riconsiderare gli obiettivi del cosiddetto movimento altermondialista (in questi casi noglobal diventa quasi un insulto), ma anche spostare gli equilibri e gli accenti che alcune parti della società civile occidentale tiene in piedi.
Come mettere d’accordo le decine di milioni di contadini dei movimenti africani e asiatici che chiedono supporto per i mercati locali e subregionali, con la posizione di parte del sindacato che ha deciso che l’apertura dei mercati non è in discussione, e anzi è una moneta di scambio per chiedere maggiori diritti? Ed ancora, a proposito di critca allo sviluppo e di decrescita, come cercare di rendere sempre più sostenibile un commercio equo e solidale che sostiene i mercati locali ancora in minima parte, avendo ancora concentrata buona parte delle sue attività dell’esportazione di prodotti?
Se questo Forum ha un merito, così come quello di Bamako lo scorso anno, è quello di darci gli strumenti per decolonizzare il nostro immaginario, come direbbe Latouche. Qui a Nairobi, ancor più che in Mali, si tocca con mano l’assurdità della politica coloniale, l’insostenibilità di uno sviluppo che fa crescere intere baraccopoli all’interno di una metropoli e che risponde con la repressione alla disagio sociale e alla violenza che a volte si sviluppa.
Ieri è stato un giorno importante per questo paese. Grazie al Forum e parallelamente ad esso, si è svolto un incontro tra il presidente del Kenya e la viceministra del governo italiano Patrizia Sentinelli [sull’incontro trovate anche un articolo di Anna Schiavoni su http://www.carta.org/cantieri/nairobi07/index.htm]. In poche praole, l’Italia ha deciso di riconvertire la sua parte di debito estero con il Kenya e dopo mesi di incontri e confronti, ieri c’è stata la firma congiunta sull’accordo, che prevede la riconversione (e non la restituzione) dei 44 milioni di euro di debito in progetti sociali. In particolare le risorse dovranno essere utilizzate per recuperare le baraccopoli e per sostenere le comunità rurali. Tutto in dieci anni. E la società civile dovrà essere coinvolta nel comitato di monitoraggio. Un piccolo passo avanti verso maggiore giustizia sociale. Un giorno prima dell’apertura a Davos del World economic forum. Un bel segnale, per i decision leader in vacanza da oggi in Svizzera.





