Le anime di Nairobi

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“Are you here for social forum? Karibu!” Il benvenuto datoci qualche giorno prima dell’inizio del Forum dai giovani venditori del Triangle Curios Market, il mercato “etnico” di Nairobi, è il saluto migliore che riceviamo. In un primo momento, questa edizione africana del social forum mondiale [Wsf] sembra separata dalla cittá, confinata nei posti simbolo della modernitá: le attivitá preparatorie del forum si sono svolte al Keniatta Conference Centre, l’edificio piú esclusivo di Nairobi, intitolato al primo presidente keniano dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna Jomo Keniatta.
Gli incontri sono invece tutti nel Moi stadium, costruito grazie ai finanziamenti della Repubblica popolare cinese e affittato per l’occasione, equipaggiato di tendoni e sala stampa in pochissimo tempo. Ma la manifestazione di aperura del settimo Forum mondiale “Le lotte dei popoli, le alternative dei popoli” ci fa ricredere: dallo slum di Kibera, la piú grande bidonville di Nairobi, uomini e donne keniane, piccole e grandi associazioni, chiese di ogni tipo, fanno sentire noi bianchi una minoranza, migliaia di persone quasi tutte black fiere di esserci e di contare.

Another Africa is possible è lo slogan piú ripetuto il primo giorno dal palco dove si alternano i saluti delle diverse delegazioni. Deve essere chiaro il concetto per tutti i partecipanti del forum: senza l’Africa non si va da nessuna parte. La città, soprattutto le bidonvilles, sono invitate dal social forum africano a partecipare ai lavori, tra le centinaia e centinaia di associazioni provenienti da tutto il mondo che pigramente sono arrivate a Nairobi nei giorni precedenti all’inizio dei lavori.
Al Forum paghiamo tutti, per cui non sono state soddisfatte le proteste che diverse organizzazioni di base di Nairobi hanno fatto fin dai giorni precedenti l’apertura del forum. Una mediazione è stata raggiunta permettendo l’ingresso giornaliero per 50 scellini, meno di un euro ma abbastanza per due viaggi sul pulmino locale, il matatu. Gli africani tutti devono versare 500 scellini, circa 5 euro, pari al reddito medio di una famiglia keniana per una settimana.
I comboniani di Korogocho, durante la messa di domenica scorsa, hanno pubblicamente dichiarato che hanno sottratto 4.000 passi invece di accontentarsi dei 1200 messi a disposizione dal comitato organizzatore per la marcia finale conclusiva. La scelta del pagamento anche per gli abitanti di Nairobi ne comporta l’esclusione: tranne per i rappresentanti delle ong locali e delle organizzazioni finanziate dai paesi del nord del mondo, sono presenti tanti venditori che forse così hanno fatto un piccolo investimento economico.

Con la marcia da Kibera, sabato 20, si è dato il via al forum, una vera e propria invasione che comunque visibile, al di là delle tavole rotonde e degli incontri che impegneranno i partecipanti in questa intensa settimana: secondo il comitato internazionale del Wsf, i delegati iscritti sono 46.000.
I problemi sono tanti e vengono fuori giorno per giorno: organizzare un social forum in Africa vuol dire anche questo, andare incontro a una rete elettrica che salta improvvisamente, a collegamenti internet lenti fino all’inverosimile, convivere con una burocrazia eccessiva per qualsiasi procedura. La questione ci ricorda che un’altra economia è possibile, ma bisogna ancora lavorarci parecchio sopra. L’enorme sforzo organizzativo è evidente, non è semplice connettersi al resto del mondo da qui, assicurare alle delegazioni alloggi e pasti, per non parlare dei trasporti. In ogni caso, conviene restare calmi ed aspettare, su questo noi europei possiamo imparare molto dagli africani. Già il fatto di essere classificati come nord impressiona: “Italy, Europe, north” permette di rendersi subito conto delle differenze: non c’è niente da fare, siamo diversi. Il colore della pelle manifesta distanze che non sono sempre evidenti. La società civile globale è fatta da tante anime, e qui a Nairobi ci sono tutte; la scommessa è questa, nell’essere insieme nonostante le distanze.

Contemporaneamente allo svolgimento dei seminari, i gruppi marciano, danzano, ballano, parlando e cantando le tante lingue del forum: si contesta la guerra e il costo troppo alto del cibo al social forum, garantito da lussuosi stand e improvvisati ristorantini somali. Siamo tanti, guardiamo e facciamo: rappresentanze da quasi tutti i paesi africani, dalla Repubblica Saharawi al Sudafrica, l’Africa occidentale, tutta l’Africa orientale, l’area centro africana con Congo, Burundi, Uganda, Nigeria. I palestinesi hanno scritto, come sempre, “Palestine” nello spazio sul passi riservato al paese di provenienza indicata sul cartellino, la loro patria possibile prima o poi. Ed ancora l’Asia con l’India, Sri Lanka, Giappone Vietman, Bangladesh; partecipa anche un’organizzazione non governativa cinese.
Le guerre in medio oriente sono constantemente ricordate nei cortei e nei dibattiti. I sudamericani, ci sono tutti. Il nord, Europa, Stati uniti, Canada e Australia, ha corpose rappresentanze, tra cui spicca proprio la delegazione italiana, probabilmente la più numerosa con seicento persone.
I mille seminari trattano tutti gli argomenti del nostro mondo, quello che qui sognamo e progettiamo. Non è semplice neanche capire dove andare per seguire un incontro, ma nel cercare la sala giusta si scopre che i nomi delle sale principali, dove si svolgono le assemblee, sono quelli delle maggiori figure africane: c’è la sala dedicata a Patrice Lumumba, Amilcar Cabral, Franz Fanon, Chris Hani, Thomas Sankara, Ruth Firth. Si percepisce chiaramente che per costruire il proprio futuro, tutte le Afriche hanno bisogno di ritrovare il proprio passato, gli uomini che hanno dato tutto, compreso la vita, per l’indipendenza e la dignità dei loro popoli. Forse questo grande Forum sociale mondiale è la richiesta di perdono che la società civile mondiale fa all’Africa, agli ultimi cinquecento anni di guerre, schiavismo e depredazioni. Nel discutere e analizzare questo terzo millennio cosi difficile già dai suoi inizi, qui a Nairobi, sono in molti pronti a condividere.

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