Si apre in questi giorni un trionfante Salone dell’auto di Ginevra. La “nostra” Fiat ci va con la nuova Bravo e soprattutto vantando una rinascita che ha del miracoloso: l’industria “italiana” ha stabilito record di vendite, performance spettacolari in Borsa, ecc. Il Corriere della Sera, che con la Fiat ha qualche aderenza, ha festeggiato, lunedì scorso, con un supplemento “Motori” che preannunciava lo “sfondamento del tetto dei 2.500.000 di auto vendute nel nostro paese” già quest’anno, e intitolava in copertina, con un humour–è il caso di dire–nero: “A tutto gas!”. Difatti i venti milioni di abitanti della Megalopoli padana possono ogni giorno apprezzare come si viva a tutto gas. Al punto che qualche settimana fa, con una iniziativa spettacolare quanto inutile, i presidenti delle regioni del Nord Italia guidati da un avventuroso Formigoni, hanno decretato il primo stop totale al traffico nell’area più popolata, ricca ed economicamente importante del paese. Questo blocco ha segnalato con una certa urgenza il fatto che, come dice il titolo di un bel libro di Piero Bevilacqua, “La terra è finita” [e se è per questo anche l’aria, vista la sovrapproduzione di gas serra, e l’acqua, dato l’inverno più caldo da oltre due secoli]. Ne seguirà qualcosa? Regione governo faranno qualche passo serio per contraddire l’esultanza dei produttori di automobili? Facciamo una scommessa: non succederà niente.
Eppure, le cifre sono letteralmente incredibili. Dicendo Megalopoli padana i geografi non alludono ai celti e ad altra paccottiglia leghista, bensì indicano ormai correntemente la fascia di territorio che dalla pedemontana piemontese, lombarda, veneta e del Friuli scende fino a comprendere la Valle Padana propriamente detta e tutta l’Emilia Romagna. Si tratta dell’area più inquinata del pianeta. In un dossier di Wwf Italia si legge, per fare qualche esempio, che nella Megalopoli, che ha la densità di popolazione di Bombay, si emettono ogni anno 66 milioni di tonnellate di Co2 [con un aumento tra il 1980 e il 2000 del 71 per cento], vi sono 585 automobili ogni mille abitanti, l’aumento complessivo della superficie asfaltata è stato del 25 per cento negli stessi vent’anni. Capite perché festeggiare i record di vendita della Fiat [e delle altre case automobilistiche, foraggiate anch’esse dall’incentivo “ecologico” del governo]? E’ come se un malato di polmonite stappasse una bottiglia ad ogni grado in più di temperatura sul suo termometro.
E’ in cose come queste che si misura la distanza tra la politica del “posizionamento” e quella della sostanza della vita sociale. Ci sono molte ragioni–economiche e culturali, ma anche di autentica complicità–per cui i partiti, tutti quanti, credono che il benessere del paese aumenti quando si vendono più auto. Ma ci sono molte più ragioni per sostenere il contrario. Di più, ci sono molte buone idee, pratiche e per nulla giacobine, per cominciare a sterzare: investire di meno in autostrade e di più in trasporti pubblici urbani, meno in Alta velocità e più in treni locali o a media percorrenza, e così via. Queste proposte si possono trovare nel nuovo libro di Guido Viale, “Vita e morte dell’automobile”, di prossima uscita presso Bollati Boringhieri. Quando discuterà non di Pil ma di aria pulita, non di “missione di pace” in Afghanistan ma dell’opportunità di restare in una guerra, allora la politica avrà fatto un passo avanti. Ma non c’è da sperarci. E in ogni modo, a memoria futura e come omaggio all’inattualità, Carta settimanale ha fatto un bel dossier, sulla Megalopoli, nel numero in uscita questo sabato.





