Pubblichiamo un intervento di Oliviero Toscani: il fotografo e pubblicitario risponde alla lettera aperta scritta da Francesco Gesualdi, Deborah Lucchetti e Ersilia Monti, della campagna «Abiti puliti», e pubblicata su Carta quotidiano martedì 13 novembre [il testo completo è su www.carta.org].
Siamo alla ricerca disperata di qualcuno [qualcuno che non siamo noi, possibilmente ben identificabile in un «nemico»] che ci sollevi dal senso di colpa. Il senso di colpa generico, ma non per questo meno fastidioso, che ci coglie tutte le volte che la povertà e l’ingiustizia si rivelano ai nostri occhi distratti.
Siamo alla ricerca di qualcuno contro cui prendersela, possibilmente con nome e cognome, ogni qual volta il degrado della vita che viviamo colpisce in modo visibile un debole, un emarginato, una vittima.
I palloni garantiti «cuciti senza impiego di manodopera minorile», i «clean clothes», i vestiti puliti, i giocattoli politically correct, la raccolta differenziata dei rifiuti: spie del disagio che corrode il sistema in cui crediamo e che ci affanniamo a perfezionare, dove contano competitività, spregiudicatezza, profitto. Ma spie anche, paradossalmente, di un modo di eludere il cuore di problemi drammatici, attirando l’attenzione sulla parte più spettacolare di essi, sull’aspetto emotivo, sul senso di inadempienza che la nostra cattiva coscienza registra nei confronti della ricchezza e della sua ingiusta distribuzione.
Basta giocare a calcio con un pallone garantito lavorato da mani adulte per sentirsi a posto di fronte allo sfruttamento planetario delle masse che affollano ogni domenica gli spalti degli stadi? Basta un abito «pulito», lavorato obbedendo alle norme che regolano la produzione e il profitto, e non frutto di lavoro clandestino, per avallare la legittimità di quelle norme e il perdurare, anche questo planetario e non limitato alla Turchia o all’India, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? È sufficiente giocare con una bambola confezionata da operai maggiorenni per eludere il grave problema del consumo di massa, quello a cui vengono addestrati i bambini fin da piccoli da dosi massicce di pubblicità, per abituarli ad assimilare, da subito, il concetto che «tutto quel che vedi lo puoi comprare»? Crediamo davvero di contribuire alla salvezza del pianeta buttando i rifiuti nei contenitori gialli verdi e blu della raccolta differenziata? E siamo davvero sicuri che la violenza principale sui bambini sia quella dei pedofili additati ogni giorno al nostro disprezzo dalle pagine di cronaca dei giornali?
Il bisogno continuo di capri espiatori sui quali rovesciare il nostro impotente desiderio di giustizia, non ci trasformerà troppo superficialmente in giudici?
Non sarà che a forza di illuminare scandalisticamente la parte più mediatica del tutto, il tutto finisca per restare scandalosamente in ombra? E questi comitati che spuntano come funghi per difendere bambini, cani gatti e cavalli, maglioni e palloni non sentono mai sulla propria pelle il dubbio che brucia a me: quante facce ha la verità? chi ha il diritto di accusare facendo nomi e cognomi di altri che non sono lui? quanto siamo responsabili, ognuno di noi, del sistema che si autoalimenta sulla nostra coazione a consumare, sulla nostra bulimia?
Basterà mettersi due dita in bocca e vomitare, una volta sui vestiti, una volta sui palloni, una volta sui bambini, una volta sui rifiuti, per riacquistare un metabolismo naturale, per tornare a nutrirsi di riso in bianco, dopo i sughi da trattoria di terz’ordine o da nouvelle cuisine a cui ci condannano le repubbliche fondate sugli ipermercati? Mi brucia questo dubbio: questi comitati, questi giornalisti che sparano scoop sui bambini che lavorano nelle pagine di economia [notoriamente dedicate a evidenziare il rialzo dei titoli in Borsa quanto più i profitti delle imprese quotate sono raggiunti con spregiudicatezza; e già qui la contraddizione tra la denuncia e l’effetto rivela la verità contorta e cinica che muove il meccanismo del libero mercato] sono legittimati per il semplice fatto di fremere indignati di fronte a un pallone, a un vestito, a una bambola cuciti da un bambino?
Non saranno anche loro complici di un sistema che ha bisogno di lavare con la mano sinistra il fango che sporca la destra, di esorcizzare con l’emozione e lo sdegno occasionali, una tantum, la perpetua e ormai definitiva sopraffazione della ricchezza sulla povertà, della protervia sulla dignità?
L’America, il paese che ha realizzato il modello migliore del capitalismo, è ricca di comitati «politicamente corretti» e di scoop sui giornali contro le varie dignità calpestate.
Ma si può davvero dire per questo che l’America abbia realizzato il modello migliore della giustizia sociale? E, per estensione, basta denunciare un crimine per considerarsi o essere considerati automaticamente assolti dal concorso in reato?
Non vorrei mai che si tacesse, ovviamente, sul lavoro minorile, sulla violenza, sulle discriminazioni razziali e sul degrado dell’ambiente e del mondo. Credo di averlo dimostrato con il mio lavoro. Ma mi brucia il dubbio su quale sia la strada giusta per raggiungere la consapevolezza vera e profonda sul dramma della povertà e dell’ingiustizia, su chi ha il diritto di parlarne e su chi deve o non deve accettare di essere zittito. Mi brucia il dubbio su quale sia la via per toccare non soltanto il mio cuore, ma quella giusta e utile per fare finalmente luce nel mio cervello.
Oliviero Toscani
Nella lettera aperta di Abiti puliti al noto fotografo già di Benetton e RaRe si denuncia l’indifferenza di imprese, media e istituzioni per il mancato rispetto dei diritti di lavoratori di diverse aziende in India, tra cui le italiane RaRe e Armani.
Anche Giorgio Armani, lo scorso febbraio, non aveva gradito le denunce di Abiti puliti pubblicate su Carta [n.7del 2007] e attraverso il responsabile della comunicazione di Armani Spa aveva risposto a Carta dichiarando che la collaborazione con l’azienda tessile indiana di Bangalore Fribres & Fabrics international [Ffi], i cui operai subiscono abusi, secondo Abiti puliti, era cessata e che presto avrebbero contattato la campagna Abiti puliti. Ma la campagna è stata interpellata solo per chiedere di rimuovere le informazioni dal suo sito e mai è stato smentito lo sfruttamento dei lavoratori della Ffi nel corso dell’intensa collaborazione con il gruppo milanese.
La fonte della denuncia è il rapporto diffuso poco più di un anno fa da un gruppo di organizzazioni della società civile indiana, che nell’aprile del 2006 avevano raccolto le testimonianze di operai della Ffi, azienda specializzata nella produzione di jeans per conto di imprese occidentali, tra cui appunto Armani e RaRe. In quel rapporto si parla di molte violazioni accertate: gli abusi fisici [bastonate, schiaffi, calci] sono una regola se i lavoratori non tengono il passo con i ritmi produttivi, le norme per la sicurezza del luoghi di lavoro non sono applicate, i salari sono ridicoli, ai lavoratori è vietato organizzare sindacati.
Nei mesi scorsi, un giudice di Bangalore, ha diramato un mandato d’arresto per sette componenti di Clean Clothes Campaign [la campagna internazionale Abiti puliti] e dell’India Committee of the Netherlands, che rischiano fino a due anni di carcere. I legali di Ffi hanno chiesto al giudice, oltre all’oscuramento dei provider olandesi Antenna e Xs4all, che hanno riportato le evoluzioni della vicenda giudiziaria come Carta, anche l’arresto dei sette perché si possa essere sicuri che saranno presenti a Bangalore quando si aprirà il procedimento contro di loro.
Per questo, Abiti puliti ha informato il ministro Paolo Ferrero, Pierluigi Bersani e Emma Bonino [gli ultimi due, a differenza di Ferrero, non si sono mai degnati di rispondere], ha promosso una campagna che chiede di scrivere ad Armani e RaRe per dire loro «che il rifiuto di prendere in considerazione le violazioni avvenute presso il loro fornitore non è accettabile» e ha infine scritto le lettera aperta a Oliviero Toscani.
Nella lettera, tra l’altro, si legge: «Fra poco calerà il sipario mediatico sulla sua ultima campagna commerciale a sfondo sociale, intorno al tema dell’anoressia, e con questa sulle polemiche innescate dalla decisione del giurì dell’Istituto di Autodisciplina pubblicitaria di intimare ai suoi associati il ritiro delle affissioni. Lei avrà concluso il suo lavoro con una certa dose di successo in più, il suo committente Flash&Partners, proprietario dei marchi RaRe e Nolita, tirerà le somme della sua esposizione pubblica […] Resteranno la censura, il sopruso. Ma non nel senso che intende lei. Di una ben più grave censura è corresponsabile proprio la Flash&Partners, che appalta la produzione a una importante azienda indiana, la Ffi […]. Se vuole conoscere i reati di cui i lavoratori della Ffi si sono macchiati, e noi con loro, non ha da far altro che chiedere a Flash&Partners che, oltre ad essere il committente della sua campagna sull’anoressia, è anche il committente di Ffi per i propri jeans […]. La censura esiste, in questo siamo d’accordo con lei, con una differenza: porta notorietà a lei e paradossalmente rafforza il potere economico al quale, per sua stessa ammissione, la lega un rapporto di mutua assistenza. Contemporaneamente però condanna altri all’invisibilità e alla negazione del diritto a una vita degna. […]».
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