Grande presidio dei lavoratori Telecom a Roma

Le lotte ripartano dal basso anche in un settore fino a poco tempo fa garantito, quello delle telecomunicazioni. Il 19 giugno, Telecom Italia proclama 5.000 esuberi nell’immediato, ultimo regalo della fallimentare esperienza gestionale dell’ex golden boy dell’economia italiana Marco Tronchetti Provera. Insomma, pochi e misurati licenziamenti che vengono da lontano ma riducono ulteriormente le già esigue forze dei lavoratori e delle lavoratrici Telecom, una delle più grandi aziende di telecomunicazioni a livello mondiale.
La Telecom Italia è interessata da grandi riassetti da circa venti anni: madre di tutte le privatizioni nazionali, ha sperimentato nel tempo le misure per cui la classe lavoratrice italiana ha via via accettato qualsiasi soluzione, pur di mantenere il posto di lavoro. E ora anche questa piccola sicurezza sta per cadere; d’altronde la grande azienda di telecomunicazioni è passata dai 140.000 dipendenti all’epoca dell’assorbimento delle aziende postelegrafoniche statali, nel 1994, agli attuali 60.000 circa subordinati. Altri 5.000 tagli all’occupazione, mantenendo l’obiettivo prossimo di raggiungere quota 38.000 lavoratori: un’azienda snella, fatta di tanti quadri benpagati e tanti appalti, dato che l’esternalizzazione della filiera produttiva rende sempre e comunque. La novità di quest’ultimo colpo è che i quadri aziendali stanno imboccando la strada a senso unico di decidere anche per i sindacati, senza neanche l’avvallo preventivo di Cgil, Cisl e Uil. Per questo, sia i sindacati di base che quelli confederali hanno promosso lo sciopero intero turno giovedì 4 luglio per tutti i dipendenti, convocando un presidio davanti alla sede di Telecom Italia di Corso d’Italia, a Roma. Qualche centinaio di presidianti, quasi tutti uomini e lavoratori di base, impegnati in quei settori tecnici travolti dalle novità tecnologiche e dal liberismo sfrenato del settore. «La verità è che da dieci anni l’azienda non fa investimenti–ci spiega Fabio, quarant’anni e lavoratore sindacalizzato –, non mette le fibre ottiche, non rinnova le proprie attrezzature», mentre i clienti potenziali sono bersagliati dai suadenti spot televisivi per Alice, internet e televisione insieme a prezzi popolari «noi lavoratori siamo considerati troppo costosi, convengono gli appalti magari a nero dati ad ex dipendenti che, già espulsi con i prepensionamenti del 2000, ora hanno aperto delle piccole ditte di installazione che fanno i collegamenti telefonici per 50 euro al giorno».
Sui cartelli che i lavoratori portano al collo durante il presidio spicca l’ormai noto e assai chiaro «Vendesi» che ha già contraddistinto le lotte dei colleghi della Vodafone, pochi mesi fa: un comparto, quello delle comunicazioni, che fa fare grandi affari a chi possiede le azioni, ma ha altissimi costi umani per i lavoratori e le lavoratrici, spremuti sempre più.
«Quello che mi stupisce–racconta Emilio, quasi trent’anni di servizio e tante lotte sulle spalle–è che sono i giovani a rischio, il pericolo immediato è non arrivare alla divisione dei lavoratori. Oggi i capi sono sempre più arroganti per raggiungere gli obiettivi, la reazione sul posto di lavoro è minima, hanno tutti paura».
I benefit, i premi di produzione, presentano cifre spaventose: un tecnico di livello medio guadagna circa 2.400 euro all’anno, il capo tecnico almeno 10.000. «Potremmo rinunciare agli incentivi e non licenziare nessuno» propone sempre Emilio. Il vero scandalo, dicono un po’ tutti, sono gli stipendi d’oro dei dirigenti, gli affari fatti svendendo il patrimonio immobiliare, le attrezzature, perfino il parco macchine. «E’ da Colannino in poi che in Telecom non si fanno investimenti, mentre tutte le proprietà sono state letteralmente regalate. Il nuovo piano aziendale, poi, non è stato ancora presentato, chissà che succederà dopo» agiunge Paolo, cinquant’anni anni, vent’otto dei quali trascorsi presso un centro di lavoro che si occupa delle linee Adsl.
Al presidio molti ricordano come Tronchetti Provera abbia venduto a se stesso, cioè a Pirelli, palazzi interi a prezzi spaventosamente bassi: uno stabile a via Sardegna, ad esempio, cioè in pieno centro storico romano, è stato valutato a 780 euro al metro quadro, in un quartiere dove non è strano pagare fino a 10.000 euro a metro quadro. Francesco spiega come centinaia di milioni di euro siano andati via anche per la liquidazione del gruppo dirigente affiliato a Tronchetti Provera, mentre l’azienda vuole oggi allontanare persone che con difficoltà arrivano a 20.000 euro all’anno dopo un decennio di servizio. «Oggi per molti colleghi è stato difficile scioperare, rinunciare a ottanta euro pesa nei bilanci di molte famuglie». Secondo Alessandro «si può e soprattutto si deve ripartire nei posti di lavoro a rischio con le lotte, abbiamo sempre fatto le piccole vertenze di reparto, sulla sicurezza per esempio. Ma il clima ora è veramente pesante», tanto più che, come osservano molti dei partcipanti, i media hanno deciso di non parlare in modo approfondito del caso Telecom. Sarà mica perché prendono quasi tutti i soldi della pubblicità di Telecom?

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