Ha vinto il mercato. Il giorno dopo l’approvazione del documento unitario delle segreteria di Cgil, Cil e Uil sulla riforma del modello contrattuale sono in molti a pensare che i vincitori sono Confindustria e Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl. Nella Cgil, che resta il sindacato italiano più grande e nonostante tutto più pluralista, si tratta di un terremoto, come dimostra la spaccatura emersa durante l’approvazione del documento: il sì all’intesa sono stati 105, mentre un documento alternativo presentato dalle aree programmatiche Lavoro e Società e Rete 28 Aprile ha ottenuto 25 voti; altri 3 voti sono andati a un secondo documento, due gli astenuti. Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini non ha partecipato al voto [facendo comunque sapere di non essere d’accordo] in polemica per il provvedimento disciplinare assunto dalla Cgil della Lombardia che ha sospeso proprio ieri quattro dirigenti della Fiom di Milano, per avere «delegittimato la Cgil» [il gruppo dirigente è accusato di aver tollerato alcune dichiarazione di un ex delegato Fiom, sospeso dalla categoria dopo l’avviso di garanzia recapitatogli nell’ambito delle indagini sulle cosiddetta nuove Br].
In pratica, quasi un quarto della segreteria e soprattutto uno dei pezzi più importanti del sindacato, la Fiom, erano contrari. In realtà, le segreterie dei tre maggiori sindacati si sono rifiutati di prendere in considerazione qualsiasi proposta unitaria dei metalmeccanici [le critiche della Fiom erano il frutto di un lungo e fatico lavoro con Fim e Uilm], e hanno così approvato una Piattaforma che rischia di subire ulteriori «riduzioni» quando sarà valutata dal governo Berlusconi. Quel documento, dicono gli oppositori, svuota di significato il contratto nazionale, utile ora solo al recupero dell’inflazione. «Oltre al problema di merito–spiega Dino Greco, uno dei «dissidenti» della segreteria generale–l’approvazione di ieri registra un altro problema grave di democrazia: per la prima volta il segretario generale ha prima concordato con gli altri sindacati un documento e poi lo ha portato al Direttivo della Cgil per essere ratificato o respinto. Di fatto ha così eliminato qualsiasi discussione libera, che sarebbe stata una messa in discussione della fiducia nel segretario. Anche la consultazione della base che ci sarà nei prossimi giorni è solo una consultazione in ‘uscita’, non è possibile nessuna dialettica».
Per Dino Greco non ci sono più dubbi: «Siamo di fronte a una democrazia plebiscitaria. Con questo precedente, le consultazioni eventuali di Categorie e dei Territori del sindacato, se e quando ci saranno, non avranno più significato. Così viene calpestato quanto previsto dallo Statuto della Cgil, in cui si dice che ogni iscritto deve poter concorrere alle scelte del sindacato».
Del resto, si tratta di un modello che già durante il governo Prodi aveva cominciato a mostrarsi. «È l’epilogo di modo prendere le decisioni costruito nel tempo–dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino–in cui pochi discutono, alcuni certificano e tutti gli altri si adeguano, come è accaduto per il Protocollo sul welfare. Il sindacato, con questo centralismo, non solo non riconosce una crisi globale ormai sempre più diffusa, ma si rifiuta di allargare la partecipazione dei lavoratori».
Insomma, le previsioni di chi nei mesi scorsi annunciava rivoluzioni nel sindacato [di questi temi ci siamo occupati su Carta 12/08] potrebbero avverarsi. Le conseguenze per la nascita del Pd, il risultato elettorale, e soprattutto la crisi di rappresentanza che non investe solo i partiti cominciano a essere più evidenti anche nel mondo del lavoro. Molti si chiedono a questo punto se la possibile nascita di un sindacato unico tra Cgil, Cisl e Uil avrà un accelerazione, e se la Fiom uscirà dalla Cgil. Diventa ancora più importante [o forse inutile?], la Conferenza d’organizzazione della Cgil in programma a fine mese.






