L’Ocse lo ha ribadito: il salario del signor Mario Rossi, l’italiano medio che figura nei tabulati dei dossier statistici, è di mille euro al mese. Cioè la metà di John Smith, il suo collega inglese. E meno anche di Kostas Papadopoulos, il suo omologo greco, che fino a poco tempo fa aveva il triste primato della peggiore paga europea.
Ma l’Ocse non si limita a gettare questi dati in pasto al dibatto elettorale. Suggerisce anche delle ricette, che assomigliano molto ai programmi elettorali di Berluskane e Weltroni: smantellare il contratto nazionale, introdurre le gabbie salariali, intensificare la «flessibilità», legare gli stipendi alla produttività. Come se quest’ultima dipendesse dalle braccia e dalle teste dei malcapitati e non dalle strategie dei manager.
Nessuno, neanche a sinistra, si accorge dell’evidenza. Negli ultimi mesi dell’anno scorso, l’Istat ha diffuso altri dati, che contribuiscono disegnare meglio il quadro della mutazione italiana, della Atlantide sommersa del lavoro postfordista. Le piccole imprese, quelle con meno di 10 addetti, rappresentano il 94 per cento delle aziende italiane. In esse il 65,1 per cento dell’occupazione è costituito da lavoro autonomo. Questo arcipelago disseminato nelle città e nei territori si trova tra l’incudine del mercato e il martello dell’ambivalenza. Costituisce la ricchezza del tessuto produttivo italiano e contemporaneamente assorbe i rischi e la precarietà maggiori. Opera nello stesso tempo come punta di eccellenza della produzione postindustriale e serve a smantellare le garanzie rimaste in piedi nella cittadella assediata del lavoro subordinato. È in questa galassia in attesa di nuovi diritti che si nascondono il genio del lavoro autonomo e la sregolatezza del mercato. Ma nessuna campagna elettorale se ne accorge.






