Bassi salari, precarietà persistente, poca attenzione a salute e formazione. Dopo le prime stabilizzazioni, oggi strombazzate in prima pagina dal Corriere della Sera, resta l’emergenza per i lavoratori dei call center. Anche perché la maggior parte dei cosiddetti operatori «outbound» [quelli che telefonano e non ricevono telefnoate] rimane precario, in base a una circolare del ministro del lavoro. Adesso lancia l’allarme è la Slc Cgil presentando i risultati di una ricerca condotta sulle prime 17 mila assunzioni gestite dal sindacato secondo il contratto nazionale delle Tlc [altri 3 mila saranno stabilizzati entro aprile]. Se ne parlerà alla Camera del lavoro di Torino alla «Prima conferenza nazionale dei lavoratori dei call center in outsourcing», il 25 e 26 febbraio , con il ministro del Lavoro Cesare Damiano e il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Secondo la ricerca, la maggior parte dei lavoratori ha oggi un contratto a tempo indeterminato. Ma i problemi arrivano se si guarda all’orario settimanale: un lavoratore su due, infatti, ha ottenuto solo un part-time a 20 ore [che significa solo 580 euro in busta paga], uno su cinque tra le 20 e le 30 ore, soltanto il 5 per cento dei contratti è full time.






