Rifondazione soffre e chiede la verifica

«A gennaio, dopo la Finanziaria, è necessaria l’apertura di una nuova fase politica. Chiediamo a Prodi di mettere in cantiere una verifica politico programmatica, dipenderà da quella verifica ogni nostra decisione. Si è prodotta una fortissima lacerazione nelle modalità con cui si è costituita la coalizione». Con queste parole il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano esprime la sofferenza del suo partito, dopo lo smacco subito alla camera ieri pomeriggio, quando il governo ha deciso di porr la fiducia su un testo del protocollo sul welfare che cancellava le modifiche fatte in commissione lavoro sulle pensioni dei lavori usuranti e sulla durata dei contratti a termine. Il dissenso dei parlamentari Prc di fronte alla richiesta di piegare la testa di fronte al ricatto dei tre senatori del gruppo di Lamberto Dini era emerso nella riunione del gruppo alla camera di ieri sera, quando deputati di diverse correnti ed estrazioni culturali come Paolo Cacciari, Francesco Caruso, Maurizo Acerbo, Matilde Provera, Angela Lombardi, Alberto Burgio, Mercedes Frias, Franco Russo, Gianluigi Pegolo hanno accettato la proposta di Ramon Mantovani di votare un documento che proponeva il ritiro della delegazione del partito dal governo ma che comunque accettava di votare la fiducia se l’indicazione della maggioranza del partito fosse stata questa. E oggi, proprio nell’ambito dell’esame del ddl sul welfare, Alberto Burgio ha presentato in aula [insieme ai colleghi Acerbo, Cacciari, Caruso, Provera e Russo], un ordine del giorno, che «impegna il governo a rispettare il programma dell’Unione». Perché, ha spiegato il deputato Prc in una nota, «il programma dell’Unione è stato sin qui ripetutamente violato e non applicato. Nel programma si assume l’impegno della lotta alla precarietà. Al contrario, non si riesce nemmeno ad intravedere qualche limite ai contratti a termine».
Che la situazione sia tesa si capisce anche dal fatto che Fausto Bertinotti è uscito dal ruolo super partes di presidente della camera e ha espresso critiche, solo in apparenza “tecniche” sulla scelta di porre la fiducia sul ddl welfare. E oggi l’ex segretario del Prc è tornato sull’argomento: «Si è determinata una sofferenza che va indagata con molto realismo, ma anche con molta lucidità ha spiegato–Non è una questione di legittimità, perché ovviamente il governo può fare ricorso al voto di fiducia quando lo ritiene necessario. Ma si passa da una democrazia parlamentare a una repubblica parlamentare che per un lato almeno subisce una sospensione di sovranità, sostituita da un aspetto neocorporativo: il problema è che si può scegliere questa opzione, ma bisogna sceglierla». Il riferimento al “corporativismo” allude alle palesi intromissioni di Confindustria, ma anche alle pressioni di gran parte del sindacalismo confederale, che hanno de facto svuotato il ruolo dell’assemblea legislativa. Dalla prima mattinata di ieri, prima che il governo comunicasse la sua decisione, il leader della Uil Luigi Angeletti spiegava tranquillamente ai giornalisti che gli chiedevano come sarebbe finita che si sarebbe tornati al testo originario. Anche i socialisti di Enrico Boselli se la prendono con i sindacati: avevano concordato con il governo la sperimentazione di forme di flexsecurity, cioè un sussidio di 400 euro per i lavoratori precari, ma all’ultimo questo provvedimento è stato cancellato. E ieri Prodi tra i banchi del governo ha eloquentemente allargato le braccia in segno di impotenza quando gli è stato chiesto il motivo della cancellazione di questo provvedimento.
E i primi effetti del nuovo scenario cominciano a farsi sentire. Secondo Giovanni Russo Spena, «la situazione, per quanto riguarda il decreto sicurezza, è ancora in divenire e il nostro voto non è scontato». E per il segretario del Pdci Oliviero Diliberto, «si apre una fase nuova in cui la sinistra darà battaglia su qualsiasi singolo provvedimento che il governo presenterà, decidendo di volta in volta come comportarsi».

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