La crescita della precarietà lavorativa nel nord del mondo è accompagnata, nel sud, dallo sfruttamento del lavoro di milioni di persone, sempre più spesso bambini e ragazzi. Ma nelle regioni più povere del sud del mondo, i bambini se lavorano muoiono di fatica, se non lavorano muoiono di fame. Per questo, così come nelle città del nord di diffondono e si organizzano i movimenti dei precari, analogamente nei paesi del sud, tra lo sfruttamento e la miseria, da alcuni hanno cominciato a organizzarsi gli stessi bambini lavoratori di Asia, Africa e America Latina. Così è nato il movimento internazionale dei Nats [Niños, niñas y adolescentes trabajadores], che chiedono condizioni di lavoro dignitose, la possibilità di andare a scuola, ma soprattutto di essere consultati per ogni decisione, sia a livello locale che internazionale, che riguardi la loro vita e attività.
Ivonne Oviedo, pedagogista, lavora con i bambini della Fundaciòn pequeño trabajador di Bogotà; lei stessa ha cominciato a lavorare quando aveva sette anni. Abbiamo incontrato Ivonne durante il suo viaggio in Europa, promosso con la collaborazione dell’associazione Sal [Solidarietà con l’America latina, www.saldelatierra.org] per raccontare il punto di vista del movimento dei Nats.
Quando e perché è nata la Fundaciòn pequeño trabajador?
Siamo presenti ormai da ventuno anni nel quartiere di Patio Bonito, nella zona sud-occidentale di Bogotà, uno dei quartieri più poveri della città; la fondazione nasce a partire dall’unione di alcuni operatori sociali e psicologi, legati all’esperienza della Teologia della liberazione. Quindi il progetto nasce dalla necessità di accompagnare questo grande numero di bambini che lavoravano in condizioni molto difficili nel mercato di Corabastos, il secondo mercato all’ingrosso più grande dell’America Latina dopo quello di San Paolo. All’inizio c’era un gruppo molto piccolo, di circa venti-trenta bambini, e a partire da questo gruppo il progetto si è andato ingrandendo; per esempio con gli anni è emersa la necessità di sviluppare la dimensione cognitiva dei bambini, con l’istituzione di una scuola, e col tempo è cresciuto anche l’impegno per migliorare le condizioni di lavoro. Così, a partire da quel piccolo gruppo, in questi anni si è sviluppata e rafforzata un’esperienza comunitaria, di bambini, adolescenti e adulti lavoratori.
Di quanti bambini vi occupate oggi? E come si svolge la loro vita?
Al momento il nostro progetto coinvolge trecento bambini lavoratori, una trentina di educatori, ma noi preferiamo chiamarli «accompagnatori», molti dei quali sono stati a loro volta bambini lavoratori, e cinquanta genitori. Circa metà dei nostri bambini vengono da famiglie di sfollati, sia per la povertà che spinge la gente a cercare fortuna in città, le campagne sono sempre più sfruttate per le monocolture e i contadini restano senza terra e senza lavoro, sia a causa del conflitto. Una prima area su cui lavoriamo è quella politica, che consiste nello sviluppo di gruppi di Nats: al momento ce ne sono diciotto, sia a Patio Bonito che in altre località colombiane. Questi gruppi si uniscono, a livello locale, in un movimento che poi diventa regionale fino ad arrivare al Molacnats, Movimiento latino americano y del Caribe de los niños , niñas y adolescentes trabajadores, e al movimento mondiale. L’altra area su cui lavoriamo è quella pedagogica. La scuola/laboratorio per i Nats, che in gennaio ha compiuto dieci anni di attività, nasce da una necessità sentita sin dall’inizio da alcuni bambini che lavoravano a Corabastos. Al momento nella scuola ci sono centotrenta bambini, ci sono anche dei corsi per i genitori. Poi c’è un servizio di biblioteca, molto importante perché con la lettura attiviamo la fantasia, che è necessaria per arrivare a una critica della realtà, della società attuale. Inoltre stiamo cercando di organizzare una Rete nazionale di educazione popolare, insieme ad altre associazioni che si occupano di educazione. Vorremmo iniziare un cammino per lavorare su politiche educative che tengano in conto i settori popolari, che costituiscono poi la maggioranza della popolazione. Infine lavoriamo sull’area produttiva: i bambini realizzano oggetti come biglietti di auguri, maschere e altri oggetti di artigianato con materiale riciclato; presto verranno prodotti anche articoli di legno e di bigiotteria.
Tornando al lavoro dei bambini: l’Organizzazione mondiale del lavoro, si è posta l’obiettivo di abolire il lavoro minorile. Secondo la tua esperienza, che effetto sta avendo questa tendenza abolizionista sulla vita dei piccoli lavoratori?
Purtroppo, si è verificato quel che succede quando le decisioni politiche vengono prese senza conoscere il contesto e la situazione reale. Con la ratifica, nel 1997, della Convenzione 182, si voleva sradicare il lavoro minorile, ma in realtà si è solo escluso ulteriormente e clandestinizzata la presenza dei bambini lavoratori. Ma non è possibile eliminare il lavoro dei bambini se non cambia il sistema economico e l’ingiustizia sociale che persiste nel mondo. I bambini hanno ancora bisogno di lavorare per contribuire alla sussistenza della famiglia, quindi ora sono costretti a lavorare la notte, per esempio riciclando rifiuti, facendo i venditori ambulanti, esponendosi a rischi maggiori rispetto a prima, come quello di finire nelle mani della criminalità. Questa è la situazione che c’è, non solo in Colombia: nel nostro incontro mondiale, abbiamo visto che anche in Africa e Asia ci sono situazioni molto simili.
Il movimento dei bambini lavoratori ha visto la luce in America Latina: quali sono le relazioni tra i vari movimenti in questa area?
Il movimento dei Nats ha le sue radici in Perù, dove è nato nel 1976 con la formazione di un Movimento nazionale di figli di operai cattolici. È stata una proposta innovativa e anche un po’ rivoluzionaria, nel senso che per la prima volta i bambini non sono stati visti come vittime, pur vivendo in condizioni molto difficili, ma come persone in grado di unirsi e di proporre alla società nuove forme di concepire le relazioni economiche, in un modo orizzontale, rispettando le persone e l’ambiente, per costruire un’economia solidale. Sin dal 1988 abbiamo cominciat a conoscerci con i Ntas peruviani e ad avvicinare i nostri movimenti. Oggi abbiamo ottime relazioni con i movimenti degli altri paesi perché affrontiamo situazioni uguali, ogni movimento a livello nazionale ha le sue particolarità ma il fondamento su cui ci basiamo è lo stesso.
Quali sono, secondo te, i risultati più importanti ottenuti dal movimento dei Nats, e quali i problemi maggiori con cui si deve confrontare?
Un risultato importante è che stiamo proponendo moltissime cose alla società; stiamo comunicando una nuova forma di intendere le relazioni, attraverso il commercio equo e il consumo responsabile. Stiamo cercando di proporre un nuovo modo di guardare ai bambini: non solo come soggetti che hanno bisogno di aiuto, ma come persone che propongono, che sono realmente soggetti sociali, che possono unirsi e portare dei cambiamenti nella loro realtà. Stiamo cercando di far sì che le politiche globali tengano conto delle differenze, delle culture, delle varie identità. I problemi restano tantissimi: il primo è che la politica non distingue tra il lavoro infantile e le violazioni connesse allo sfruttamento di questo lavoro; questa è una distinzione fondamentale, perché se le persone comuni continuano a sovrapporre le due cose non si potrà rispondere come si deve a queste problematiche. Bisogna attaccare la criminalità e promuovere il lavoro e i diritti dei bambini che devono, e vogliono, lavorare in condizioni dignitose.
All’interno del mondo del commercio equo, per molti anni il lavoro infantile è stato considerato un tabù. Adesso i prodotti dei bambini di Bogotà vengono commercializzati in Italia attraverso il circuito del commercio equo; com’è il vostro rapporto con questa realtà?
Al momento i bambini della Fundaciòn pequeño trabajador fanno parte del coordinamento nazionale della Redesol, che è la rete nazionale dell’economia solidale in Colombia. Tra poco ci sarà il loro incontro nazionale, in cui si parlerà di economia solidale, di consumo critico, dell’importanza di una cittadinanza consapevole, basata non sulla competizione ma sull’interscambio. In Italia stiamo collaborando con la centrale di importazione di prodotti del comemercio alternativo Equo Mercato, e stiamo cercando altre collaborazioni, ma spesso è complicato, perché è diffusa la mentalità del boicottaggio di tutti i prodotti lavorati dai bambini, che per noi è un ostacolo molto difficile.
Forse perché l’immagine che a tutti viene in mente, quando si parla di lavoro infantile, è quella di bambini sfruttati, malpagati, che passano le loro giornate non a scuola ma cucendo palloni o tessendo tappeti…
Anche qui non è facile dire un sì o un no netti. Per esempio, penso alle bambine indiane che cuciono tappeti: c’è stata una campagna di boicottaggio contro le imprese che sfruttavano il lavoro delle bambine, quindi diverse imprese sono fallite. Le bambine si sono trovate senza un lavoro per sostenere la famiglia, e per guadagnare qualche soldo molte sono andate a prostituirsi. Sono state prese delle misure assistenzialiste, ad esempio dando una quantità di denaro alle loro famiglie per tre o quattro anni, ma appena finiti questi sussidi i bambini tornano a mendicare o peggio a delinquere. Invece, noi crediamo che sia importante che i bambini imparino ad autogestirsi, ad aiutarsi da soli. Per noi è inoltre importante che il protagonismo, la proposta, non si limiti ai paesi del sud del mondo; è fondamentale che la nostra proposta arrivi anche in paesi del nord come l’Italia, e in effetti la stiamo facendo arrivare, perché si devono attivare i bambini di tutto il mondo. Solo così, rivendicando i propri diritti nella quotidianità, si riesce ad avere un impatto sulla politica: i bambini che iniziano a delegare le loro responsabilità politiche, con tutta probabilità continueranno a farlo anche da adulti. Per questo succede quel che succede, per questo ci troviamo con governanti che fanno solo i loro interessi e non gli interessi della collettività.
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