La povertà in Italia è un fenomeno che coinvolge un cittadino su cinque, si allarga anche l’esclusione sociale, e sempre più persone arrivano con difficoltà alla fine del mese indebitandosi e ricorrendo a centri assistenziali [in particolare i cittadini comunitari provenienti dalla Romania] o al sostegno di familiari, nonostante molte abbiano un lavoro o un reddito. Lo dice l’ultimo rapporto sulla povertà e l’esclusione sociale presentato questa mattina da Caritas italiana e Fondazione studi Zancan, a Roma, dal titolo «Rassegnarsi alla povertà?».
Di fronte a quei dati, Giuseppe Pasini, sacerdote e presidente della Fondazione studi Zancan, sempre più spesso nei suoi articoli e nei suoi interventi parla, senza troppi giri di parole, di «attentato al sistema democratico». Pasini questa mattina ha parlato del nesso che lega esclusione sociale e povertà, e di come «l’abbandono della partecipazione civica» provocato dalla povertà riguardi ormai il 15 per cento della popolazione; insomma siamo in presenza di una «democrazia malata», anche perché «il nostro paese in cinquant’anni di democrazia non è stato capace di realizzare un serio progetto di contrasto alla povertà».
Le dure accuse della Caritas sono state supportate dalla solita quantità e qualità di dati che offrono una fotografia lucida su questo fenomeno sociale. L’ultimo rapporto dell’Istat sulla povertà nel nostro paese, hanno spiegato i responsabili della Caritas, indica che sono in stato di povertà 2.623.000 famiglie, corrispondenti a 7.537.000 persone, cioè il 12,9 per cento della popolazione, di cui i due terzi vivono al Sud. Ma l’elemento di novità emerso dalle diverse inchieste degli ultimi anni è non solo che quel numero non si riduce da cinque anni, ma che la quantità di famiglie non considerate povere solo perché le loro risorse finanziarie sono appena sopra la linea della povertà [la superano per una somma esigua che va da 10 a 50 euro al mese] è in crescita: si calcola che queste famiglie «a rischio di povertà» siano oltre 900 mila.
Di certo è in crescita anche l’insicurezza delle famiglie, la preoccupazione di non essere in grado di far fronte a eventi negativi come ad esempio la malattia e la non autosufficienza di un familiare, o l’instabilità del rapporto di lavoro o gli oneri finanziari sempre maggiori [come i mutui a tasso variabile].
Quali sono i maggiori «fattori di rischio dell’impoverimento»? L’elevato numero di componenti [le famiglie con cinque o più componenti presentano livelli di povertà elevatissimi]; la presenza di figli e quella di anziani; il basso livello di istruzione; la ridotta partecipazione al mercato del lavoro. Qualsiasi fattore si consideri, nel Mezzogiorno le probabilità di essere poveri sono sempre più alte.
Il rapporto della Caritas analizza anche la spesa sociale, dimostrando come la percentuale del Pil destinato alla protezione sociale [circa il 25 per cento] sia inferiore di molto a quella di altri paesi, come Svezia [33 per cento], Francia [31 per cento] e Germania [30 per cento]. Gran parte delle risorse, per altro, vanno all’ultima fase della vita e molto meno alla prima, mentre si riducono le voci «assicurazioni del mercato del lavoro» e «assistenza sociale», rendendo in pratica sempre meno dignitosa la vita di migliaia di cittadini che vivono una situazione di precarietà lavorativa. Quelle spese, si legge ancora nel rapporto, sono gestite in grandissima parte [78 per cento] dallo stato centrale e non dagli enti locali, cioè dalle amministrazioni di prossimità che meglio potrebbero individuare bisogni e soluzioni a problemi sociali.
Alcuni paragrafi della ricerca, infine, raccolgono alcune esperienze di lotta alla povertà promosse dalla Caritas e i dati riferiti alle 30.453 persone che tra aprile e settembre 2006 si sono rivolte ai 264 centri di ascolto della rete Caritas: due terzi di quei cittadini in difficoltà sono migranti [per lo più provenienti dall’Europa dell’est e Africa del Nord] di cui un terzo è privo di permesso di soggiorno.






