L’appuntamento era per il lunedì 4 giugno alle 10 di mattina davanti a Castel S. Angelo, a Roma. L’idea era di protestare contro la visita ufficiale del presidente messicano Felipe Calderón, in Italia. Le prime tre persone arrivate sul luogo sono state subito identificate dalla polizia perché portavano uno striscione, e solo per questo sono state seguite nel posto dove si dirigevano. Una di queste, una signora di più di sessant’anni, ironizzava dicendo: «Certo, il pericolo dell’occidente si è materializzato; è tanta la sua cattiveria che si è travestito come signora anziana, con i capelli bianchi!»
Poco a poco sono giunte più e più persone, e nel momento più importante saremmo stati trenta o quaranta. Ci siamo riuniti nei giardini che circondano Castel Sant’Angelo, di spalle al tribunale. Abbiamo scelto questo posto perchè ci doveva passare Calderon per andare a far visita al Papa; diciamo che è il punto di frontiera tra Roma e il Vaticano.
Attorno alle 11 del mattino è cominciata la protesta, dopo un lungo momento di negoziazioni con le autorità comunali e con la polizia per cambiare il luogo della manifestazione, e ci siamo spostati in via della Conciliazione, che porta direttamente alla basilica. E’ stato inutile ottenere questo permesso, visto che le autorità non si mettevano d’accordo: quello che rispondeva alla nostra chiamata diceva che chi poteva decidere era l’incaricato della Piazza e l’incaricato della Piazza lasciava la patata bollente a quello del telefono. Infine è arrivato un camioncino con megafoni e buona musica e così è cominciata la protesta. Qualcuno ha detto che Calderon era già passato, malgrado sapessimo che aveva appuntamento con il Papa a mezzogiorno.
In generale a noi non interessava che Calderon vedesse i nostri reclami ma piuttosto che il resto della gente lo vedesse; in fin dei conti la nostra idea era rendere visibile la realtà messicana al resto del mondo. Infatti il punto dove stavamo non era solo quello dove sarebbe dovuto passare il presidente messicano, ma anche un punto abbastanza turistico.
Le nostre ragioni per stare in strada, invece di andare a lavorare o andare a scuola in quelle ore, era denunciare il governo messicano e la sua politica repressiva contro la popolazione civile organizzata che manifesta e reagisce contro l’ingiustizia. La lista delle violenze è lunga e si allarga ogni giorno: da Atenco, passando per Oaxaca, Ciudad Juárez, La Parota, il caso
irrisolto dei minatori a Coahuila, i gruppi paramilitari in Chiapas e lo sgombero di comunità zapatiste; la detenzione e l’incarcerazione dei giovani nello Yucatán, e di altri leader e attivisti politici, etc, etc. Stando in Italia, non possiamo esigere meno che il rispetto della clausola
sui diritti umani inclusa nel trattato di libero commercio tra l’Unione Europea e il Messico. Inoltre protestiamo per la vergognosa relazione tra lo stato messicano e la gerarchia ecclesiastica, la quale a livello mondiale cerca di imporre un sistema ideologico dove i diritti civili, come l’aborto o quelli delle coppie di conviventi, vengono demonizzati e criminalizzati a livello legale.
Tra gli alberi e la strada si sono collocati diversi striscioni in appoggio ai detenuti polítici, rivendicando i «morti scomodi» di Atenco e di Oaxaca, denunciando la politica di guerra in Afghanistan, delle basi Nato sul territorio italiano, dei centri di reclusione temporanea per
migranti «illegali» in Italia. Tutta la protesta è stata accompagnata dalla musica, allegra come la nostra protesta; musica che suonava al ritmo di ska, di samba e ricordava le lotte e la resistenza in America latina. Ogni tanto un gruppo di persone attraversava molto lentamente la strada e si fermavano le macchine. Ciascuna di queste persone portava una bandierina che diceva «Via Calderón, via Bush, che tutti vadano via».
La gente che passeggiava o passava per di lì si fermava a leggere gli striscioni, alcuni scattavano foto e sorridevano, e anche un paio di signore anziane si sono messe a ballare con tanta allegria su un ritmo chiaramente ska, lo ballavano con un ritmo di valzer molto accellerato. Questo vedevano i più di cinquanta poliziotti che sono stati lì tutto il tempo. Così vicini a noi che a volte, quelli vestiti in abiti civili finivano seduti dallo stesso lato dove stavamo noi.
Dopo le tredici sono tornati i compagni che erano andati richiedere il permesso per cambiare il luogo della protesta, e così, col permesso del Sindaco, ci siamo incamminati verso l’altro lato del Castello. A quell’ora eravamo rimasti poco più di 14 persone a piedi più altre 6 che se ne erano andate con le camionette e l’apparato musicale. Allo stesso tempo la polizia si è mossa nella stessa direzione di noialtri. Cosicchè quando abbiamo provato a passare dall’altro lato
siamo incappati in un gruppo formato da poliziotti, i quali dicevano che non potevamo passare da lì, che dovevamo fare tutto il giro del castello, che quindi nessuno poteva passare di lì… eccetto i turisti, che guardavano con apprensione il gruppo di poliziotti.
Il fattore turismo ha giocato un ruolo strano, poiché da una parte c’erano passanti che si fermavano e scattavano foto, altri si allontanavano il più velocemente possibile. Forse entrambe le situazioni alteravano ancora di più la polizia e l’ immagine di tranquillità che volevano mostrare. Per necessità abbiamo girato intorno castello, però ancora una volta ancora ci ha intercettato questa valle umana vestita di blu.
Questa volta la ragione era che non si poteva passare con le bandierine in mano. Era così assurda la scena che c’era chi rideva apertamente, e c’era chi si burlava dicendo che forse avevamo sbgliato la nostra protesta nel richiedere il rispetto dei diritti umani in Messico e non in Italia. Dopo pochi secondi, il tempo di lasciare le bandiere, la polizia aveva cambiato idea ancora una volta. Ora non si poteva semplicemente passare. Non importava che la nostra manifestazione fosse pacifica, non importava che avessimo preso il permesso per iscritto dalle autorità, non importava che una parte dei manifestanti era già dall’altra parte del ponte…
Però la cosa più divertente stava ancora per succedere, mentre questa valle umana ci impediva di passare, è arrivato un delegato dalla polizia, vestito da civile, che ha detto che ci dovevano far passare… Era impossibile non ridere: eravamo così poche persone e loro così tanti, e non riuscivano a mettersi d’accordo. Quando siamo riusciti finalmente ad andare nell’altra piazza, ci siamo fermati con i corrispondenti di alcune televisioni messicane. Come bravi curiosi,
alcune persone che erano state alla manifestazione si sono messe dietro al commentatore. Lo facevano come le tipiche persone che mandano i saluti alla famiglia quando vedono una telecamera della televisione in giro… però anche questo non è piaciuto alla polizia, forse perchè alcune delle persone indossavano una maglietta che diceva «Siamo tutti Atenco».
Ha continuato ad essere così patetico: la polizia che cercava di mantenere lontano dalle telecamere un gruppo di manifestanti senza niente di più che magliette, bandierine arancioni e molta musica allegra. Chiaramente, ciò che disturbava non erano i mezzi, ma piuttosto la ragione che avevamo dietro, dentro al cuore. Come hanno già detto e dimostrato le donne zapatiste, Ramona, Esther e altre meno conosciute, la minoranza fisica, in questo caso numerica, a volte infastidisce più i poderosi perché rischia di evidenziare un potere che si mantiene in alto solo attraverso la forza e non per la ragione. Si teme che il potere circoli e non risieda più in una sola figura, e questa circolazione comincia dal basso e dalla sinistra .
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