Il senno del poi

Dopo l’evento epocale della fine della sinistra parlamentare, ultimo baluardo della Rappresentanza e del Lavoro, ci si limita a scrutare i «flussi elettorali», un po’ come fanno i telecronisti sportivi quando cominciano a elencare numeri nel siparietto «per gli amanti della statistica». O si torna ai rassicuranti dibattiti: quelli che la falce e martello, quelli che la federazione tra partiti, quelli che il «nuovo soggetto»… L’ennesima conferma dell’inevitabilità del destino delle sinistre novecentesche arriva da una osservazione istintiva.
Si riaffacciano frame dei mesi scorsi, quelle immagini che avrebbero dovuto costituire un segnale d’allarme per le dirigenze dei partiti cancellati. La sconsolata piazza del 9 giugno «No Bush Yes Prodi» vuota e l’inconfessabile senso di impotenza che attraversava la piazza colma del 20 ottobre. La stizzita reazione di Bertinotti alle contestazioni degli studenti della Sapienza e il dirigente di partito che, parlando ai giovani di una città del profondo sud nell’ultimo comizio prima del voto, non riesce a evitare di pronunciare una liturgia buona per altri luoghi e altri tempi e si appella con enfasi tragicomica a «operai» e «casalinghe». Infine, una platea di giovani che ascolta Dave Hillyard, uno dei quattro fondatori delle Black Panthers. Il vecchio afroamericano spiega come sia possibile votare per Obama e restare movimento, o come i concetti di «confine» e «nazione» siano superati, e si spazientisce di fronte ai giovani che non capiscono e chiedono lumi sulla «questione basca». Sarebbe un buon esercizio, per tutti [votanti tattici, votanti convinti, astenuti, agnostici] provare a rimetterle in fila, le circostanze che avevano fatto pizzicare il proprio quinto senso e mezzo. Volete provare?

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