Non desidero infilarmi in interpretazioni del voto, tema su cui non sono competente. Desidero solo fare un’annotazione dal nostro punto di osservazione, quello di un «mezzo di comunicazione» che da ormai dieci anni osserva quel che accade al livello del suolo, nella società. Il fatto preoccupante è che tutti gli attori di quel grande show che è la scena politica si stupiscono dei due fatti fondamentali di queste elezioni. Il primo di questi fatti è che lo schieramento berlusconiano ha vinto, in sostanza, grazie alla Lega nord. Il secondo è che è sparito dal panorama parlamentare quel che stava alla sinistra del Partito democratico. Dire che queste sono le vere novità implica sostenere che i due grandi partiti virtuali, il Pd e il Popolo delle libertà, non sono affatto il bipartitismo realizzato, la nascita di un «paese normale», ecc.
I due fenomeni, la Lega e la Sinistra Arcobaleno, grande successo e totale sconfitta, hanno un nesso forte tra loro. Il futuro ministro degli interni [pare], Roberto Maroni, ha dichiarato in tv, con l’aria soddisfatta di un gatto che ha divorato un topo, che definire «voto di protesta» quello al suo movimento e chiedersi se sia «di destra o di sinistra», è un esercizio fatuo: «Noi – ha detto Maroni – siamo un partito territoriale». Questa sarebbe una ottima lezione, per le sinistre naufragate, se sapessero ascoltare. Anzi, se avessero saputo ascoltare le molte voci che negli ultimi dieci anni avvertivano che il solo fattore identitario era ormai disconnesso da una società che, al nord e non solo, si è radicalmente modificata. Che si sarebbe piuttosto trattato di re-immergersi nella società, senza avere la pretesa avanguardistica di «rappresentarla» ma caso mai di mettersi al servizio delle infinite forme di aggregazione cittadina, del lavoro, a difesa dei beni comuni, ecc., per aiutarne la ri-organizzazione politica sì, ma in forme molto diverse. Fosse andata così, al posto di Maroni ci sarebbe stato – poniamo – Bertinotti che, con la stessa aria soddisfatta, avrebbe potuto dire: noi siamo un partito territoriale. Ossia: abbiamo oltrepassato la crisi del Novecento.
Beninteso, il «territoriale» della Lega è l’opposto del nostro, così come l’industrialismo di capitalisti era l’opposto – in un certo senso – di quello dei movimenti operai. La Lega è la formazione politica più compiutamente globalizzata tra quelle in circolazione: reagisce agli attentati del mercato globale alla capacità dei territori del nord di competere in quel mercato. Perciò, quando occorre, si spinge a chiedere la chiusura delle frontiere alle merci cinesi, contraddicendo apparentemente il suo liberismo. I leghisti sono i campioni dello scontro tra territori, e questo spiega anche le sue oscillazioni elettorali: quando la crisi morde, come in questo periodo, diventano un bunker sicuro, quando l’allegria berlusconiana comunica che tutti possono diventare ricchi come lui [o sposare i suoi figli] allora quel voto ridiventa un investimento sul «sogno».
Ma c’è un rovescio, appunto, di questo atteggiamento: essere consapevoli che il mercato, la competizione, il liberismo, sono giochi a somma negativa, in cui tutti – lavoratori, clima e comunità – alla fine perderanno. Che si tratta dunque di ricostruire la possibilità del pianeta e della società di riprodursi, e le ragioni dell’equità, ossia l’eguaglianza, il massimo ideale di qualunque sinistra. Attorno a questo scopo si industriano milioni di persone in migliaia di modi. Le quali, di fronte all’evidente fine di una certa forma della politica, ne stanno cercando altre.
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