Tra poco l’Ue potrebbe adottare la cosiddetta Direttiva sui rimpatri, e creare le premesse per l’inasprimento delle misure di espulsione forzata dei migranti irregolari, a partire dalla detenzione amministrativa prolungata fino a sei mesi, o addirittura 18 in casi particolari. A Bruxelles si sarebbe raggiunto un accordo tra il Consiglio, la Commissione e il Parlamento europeo, dopo anni di polemiche. La decisione finale è stata rimessa al Comitato dei rappresentanti permanenti dell’Ue [Coreper], già noto per le sue attività «riservate» mirate a inasprire le norme comunitarie su immigrazione ed asilo. L’ossessione della sicurezza sta portando all’aumento delle misure repressive a scapito dei diritti fondamentali delle persone.
La Direttiva, oltre a stabilire il divieto di ritorno per 5 anni, apre la strada all’espulsione e alla detenzione amministrativa anche dei minori non accompagnati. Si esclude perfino la possibilità che gli strumenti di difesa legale possano sospendere i provvedimenti di disposti dalle autorità. Le nuove norme rischiano di andare in rotta di collisione con gli articoli 13 e 24 della Costituzione italiana. Mentre nei centri di detenzione europei si continua a morire, e non si contano più i suicidi e le rivolte, i paesi di provenienza hanno cominciano a dimostrarsi più critici verso le violazioni dei diritti umani subite dai loro cittadini costretti a emigrare. Per questo, malgrado gli accordi, collaborano sempre meno nelle procedure di identificazione e rimpatrio. Perciò la nuova direttiva rischia di moltiplicare i Cpt e di trasformarli da luoghi di transito a campi di confino per «non persone», condannate per sempre all’esclusione, alla clandestinità ed allo sfruttamento.
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