Tre milioni gli italiani all’estero, trecento mila laziali. All’università di Roma La Sapienza è stata presentata questa mattina la ricerca «L’Altro Lazio», un’analisi geografica dell’emigrazione laziale all’estero tra gli anni 1951-2006, realizzata da un gruppo di ricercatori universitari coordinati dalla professoressa Flavia Cristalli. Commissionato dall’assessorato alle politiche sociali della Regione, lo studio del flusso ha avuto come scopo quello di fornire un valido strumento di partenza per la programmazione e l’attuazione di interventi mirati per soddisfare i reali bisogni dei migranti laziali all’estero, come la realizzazione di manifestazioni di tipo culturale, attività di promozione della lingua italiana, erogazione di borse di studio per i giovani emigrati. La ricerca rivela che l’emigrazione, soprattutto recente, non parte solo dai piccoli comuni dove l’esodo è molto forte, ma anche da città capoluogo come Roma, Latina e Frosinone.
L’indagine, condotta su 378 comuni della regione, ricostruisce dunque la storia dell’emigrazione laziale, delineandone l’andamento decennale e prendendo in analisi variabili quali: l’area di provenienza, il sesso, l’età e il titolo di studio, mostrando similitudini e diversità con la moderna emigrazione. Dai dati emerge, ad esempio, che il contributo dell’emigrazione femminile è diventato più consistente negli ultimi decenni [al gennaio 2006, il 47 percento circa degli emigrati laziali è donna]. Mentre gli uomini scelgono mete dell’Europa orientale e dell’ex Unione sovietica, o anche i Paesi Arabi, le donne sono maggiormente presenti in Sud America, in Grecia e in Israele. Ma la donna che emigra oggi si muove non più per ragioni affettive, per seguire il marito e accudire la famiglia, ma per la ricerca di un maggiore riconoscimento delle proprie capacità e di un adeguato inserimento nel mercato del lavoro. Un tratto che accomuna molti dei giovani che sono protagonisti dell’attuale «fuga di cervelli». Cambiano le condizioni socio-economiche dell’emigrante: la differenza con il passato, infatti, risiede soprattutto nell’elevato titolo di studio dei nuovi migranti italiani, spesso giovani molto qualificati che a fronte di scarse possibilità di lavoro nei settori dell’eccellenza e dell’alta qualificazione, sono costretti a lasciare il proprio paese.
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