La notte dei bengalesi invisibili

Alcune migliaia di migranti bengalesi hanno promosso mercoledì 9 gennaio una manifestazione a Roma dal titolo «Emergenza Bangladesh: chiediamo soggiorno umanitario per tutti». Provenienti da diverse parti d’Italia, i bengalesi hanno chiesto il diritto alla protezione umanitaria, per le conseguenze del ciclone Sidr che in novembre ha devastato il Bangladesh. Il ministero degli Interni ha risposto per ora soltanto con una sospensione temporanea dei provvedimenti di espulsione dei cittadini bengalesi. Un breve articolo scritto dal presidio, promosso dai migranti alla conclusione del corteo.

Mercoledì 9 gennaio, ore 18,30. Sono ormai meno di un centinaio. Alcuni discutono, altri parlottano a bassa voce. Il presidio permanente allestito in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, lentamente si svuota, resteranno solo una ventina di uomini per la notte. Fino a che non avranno dal governo una risposta concreta non se ne andranno. Il corteo, promosso dall’associazione Dhuumcatu-Bangladesh è partito alle 9 da piazza della repubblica e si è concluso alle 13 in piazza Venezia. Secondo Alessandra Caraggiuli, responsabile dell’ufficio stampa della manifestazione «sono stati circa 15 mila i bangalesi che hanno partecipato da tutta Italia». Secondo Bachiu, portavoce della comunità bangalese in Italia, da tutti molto amato e stimato «un permesso di soggiorno temporaneo permetterebbe a migliaia di bengalesi di lavorare onestamente e mandare una parte dei soldi per aiutare le famiglie in Bangladesh». Chiedono dunque un permesso di soggiorno temporaneo per poter restare in Italia il tempo necessario alla ricostruzione. Regolarizzarli significherebbe anche farli emergere dal lavoro nero e dallo sfruttamento. Sono circa 20 mila i cittadini del Bangladesh che vivono e lavorano in Italia senza permesso di soggiorno e non hanno la possibilità di raggiungere la loro famiglia, come Kalu che, con il sogno di un permesso in mano vorrebbe tornare nel suo paese a cercare i suoi genitori e sua sorella, ancora dispersi: «Vorrei tornare là ritrovarli e portali qui in Italia con me».
Il ciclone Sidr ha colpito violentemente la costa sud occidentale del Bangladesh il 15 novembre, uccidendo oltre 30 mila persone, 4 milioni e mezzo di animali; 8 milioni i senza tetto, senza cibo, sena medicinali, senza generi di prima necessità. I terreni sono stati sommersi dalle acque salate che hanno distrutto interamente l’economia basata sulla pesca d’acqua dolce, il costo della vita in pochissimi giorni è raddoppiato e la moneta nazionale si è svalutata del 32 percento.
In una lettera indirizzata al presidente della repubblica Napolitano, al ministro degli interni Amato e alla prefettura e alla questura di Roma, il Comitato degli immigrati in Italia, ha chiesto un intervento urgente di natura giuridica, politica e umanitaria. Anche la situazione politica è critica, da più di un anno e mezzo, infatti, non esiste in Bangladesh alcun governo democraticamente eletto e l’attività politica è vietata. Mandare cibo e vestiti alla popolazione perciò non basta per attenuare l’emergenza.
Ore 22. Kalu racconta della sua famiglia, dei morti, tra questi forse anche i genitori e la sorella. «Mi affido a Dio» dice. Sotto il tendone gli altri cercano di riscaldarsi, mangiano riso e pollo. Lo offrono a tutti. Arrivano delle coperte e gli ultimi che non resteranno a dormire vanno via. Non c’è nessuna donna, chiediamo a Kalu perché, risponde: «Oggi erano sul carro durante la manifestazione e poi hanno cucinato per noi, restano a casa a riposarsi perché domani sarà una giornata dura».

* galleria fotografica

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