Che c’è da dire? Carta è piccola, un microbo. Più o meno come la libreria «La pergamena» di Oristano o la casa editrice Intra Moenia di Napoli. O le decine di piccole case editrici e le migliaia di piccole librerie. Più o meno come il comitato di cittadini che vuole salvare quel certo parco pubblico è di dimensioni ininfluenti, a confronto con il comune di Roma, mettiamo. O l’associazione dei migranti quasi non esiste, di fronte all’apparato di Schengen. E l’«esercito dei clown» schierato a Rostock faceva ridere [in tutti i sensi] mentre si faceva beffe delle truppe dell’ordine a protezione degli Otto Grandi.
Per questo non c’è niente da dire. O si lascia perdere, o si cerca di darsi una mano. Come quelli del «mutuo soccorso» [quello operaio di inizio Novecento e quello cittadino d’inizio Duemila]. I quali hanno dimostrato che, se i piccoli si mettono insieme, i grandi si innervosiscono: la prima volta che si parlò sui «grandi» media del «mutuo soccorso» tra valsusini, vicentini, ecc. La Stampa di Torino intitolò: «Un patto segreto». Come fosse un oscuro complotto contro la serena crescita dell’economia, dei trasporti di merci, della guerra e del Pil. E allora, quel che stiamo dicendo da qualche settimana è che un altro complotto contro il mercato lo si potrebbe ordire a proposito della produzione dei libri e della loro distribuzione e vendita.
A farci saltare la mosca al naso è stata la personalità del parlamentare – radicale di destra eletto con Berlusconi – autore dell’emendamento al «pacchetto Bersani », approvato anche con il voto dei radicali di sinistra eletti con l’Unione, e che liberalizza il prezzo dei libri. È quel Della Vedova che qualche giorno fa ha condotto una manifestazione di otto persone e sedici telecamere davanti alla Cgil. Oggetto: tutelare i «giovani» dai lavoratori che pretendono di andare in pensione. Ma c’è una ragione più egoistica, per proporre che ci si parli, tra editori e librai piccoli, e si cerchi di capire come aiutarsi, magari creando una rete di distribuzione indipendente, vantaggiosa per tutti, compresi i lettori, e forse perfino con un suo nome, un «marchio» comune [a noi è venuto in mente «Libri liberi», ma di sicuro ce n’è di migliori] e altre cose, come quelle che propone qui Attilio Wanderlingh.
Questa ragione è la sensazione di venire scippati. Se ci fate caso, tutto il dibattito sulle cose nuove del nuovo secolo – l’analisi della globalizzazione, la crisi della politica, i movimenti, i beni comuni, la critica dello sviluppo – ha spiccato il volo su libri prodotti da piccoli editori, reperibili nelle librerie-focolai di cultura di un sacco di posti o nei banchetti di manifestazioni e feste. E un bel giorno quel tale autore o tema è diventato oggetto di libro di grande editore, reperibile nei supermercati dell’editoria, con una copertina certo più bella e magari a un prezzo più basso.
Ma questo è accaduto dopo. Dopo che noi abbiamo rischiato, sperimentato, discusso, pubblicato. Quando l’affare è diventato sicuro, ossia si è creato il pubblico adatto, allora i pachidermi si sono mossi. Per esempio: andate a vedere chi fossero gli editori di uno come Serge Latouche, prima che Feltrinelli decidesse di mettere in una copertina la parola «decrescita».
C’è una pulizia mentale e sociale, nel cercare di assicurare buona salute a editori piccoli e intelligenti e a librai artigianali e competenti. E di certo c’è un pubblico. A settembre, a Roma, ci sarà una Fiera dell’editoria della pace: perché non ci vediamo lì e ne parliamo? Carta, come si dice nel sud, è a disposizione.
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