Primavera romana

Un blitz pararazzista al Pigneto, botte contro il conduttore gay di Radio Città Futura, l’aggressione vicino l’università. Si può aggiungere l’assalto a colpi di moltov contro il locale Coming out, qualche mese fa, e quello contro il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. O ancora il raid contro il concerto della Banda Bassotti a villa Ada, l’estate scorsa fino all’omicidio di Renato Biagetti, a Focene, un anno e mezzo fa.
Questi sono solo gli episodi più clamorosi di uno stillicidio di aggressioni, intimidazioni, violenze su cui frange dei movimenti di estrema destra pensano di poter costruire a Roma la «conquista» del territorio ai danni di un tessuto sociale vivace, plurale, combattivo nonostante Alemanno. Nel clima generale di intesa bipartisan, però, e di fair play talmente affettato da non riuscire ad essere credibile, si rischia di assistere a un ritorno, aggiornato alla grammatica dei tempi, della teoria dei doppi estremismi o dello scontro tra «fazioni». Come se non fosse altro che una guerra tra bande metropolitane. E’ il loro gioco dato che «quelli» in guerra ci si sentono e anzi «molti nemici…». Al di là delle inchieste della magistratura e della polemica politica che si agiterà attorno a questi fatti, c’è la sensazione diffusa, palpabile in alcuni momenti, di una strategia o quantomeno di una tattica dello scontro violento e gratuito, risorsa finale di chi cerca di affermare un’identità residuale, da scoria. Meno dunque sono.
Bastoni e «lame» servono soprattutto come cortina fumogena. Nascondono una debolezza che cerca di confondersi in un clima di tensione indotta. A questo serve stuzzicare i punti nervosi di quel multiforme tessuto sociale che consente ancora di respirare l’aria di Roma. Nonostante il caldo, le polveri e i polveroni.

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