Non è la prima volta che un campo rom viene assalito con molotov e spranghe. Non è la prima volta che la rispettabile «gente» cerca di farsi «giustizia» da sé. Era già successo pochi mesi fa a Pavia, quando i pullman carichi di masserizie e famiglie trovarono i picchetti di «gente» ad attenderli nei punti dove avrebbero dovuto «scaricare» il problema. Era un segnale chiarissimo del sobbollire di un umoraccio razzista trasversale e diffuso, sdoganato anche dalla campagna sulla sicurezza lanciata dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni con l’aiuto del ministro dell’interno Giuliano Amato e dei media vicini al fu governo Prodi. Ora, però, le cose sono un po’ diverse. I rom sono solo il primo anello di una catena di paure che, alla fine, si ritorcerà contro chi cerca di cavalcarle. Non prima però di aver avvolto migranti, irregolari e non, e dissidenti di vario tipo, dai movimenti sociali a quelli più specificamente territoriali. Nello stesso tempo, però, ciò che è successo a Napoli interroga anche chi, come noi, cerca di stare con l’orecchio poggiato al suolo, per capire se si possa rimettere in circolo un’idea positiva di società e di convivenza, di diritti e trasformazione dal basso. La paura non è un fine in sé ma uno strumento per far ingoiare, emergenza dopo emergenza, commissari, supercommissari e poteri sempre più speciali. Sembra un discorso chiaro, facile. Invece, nello stesso posto dove si contestano le decisioni antidemocratiche su discariche e rifiuti si può pensare di tentare un pogrom. Il genius loci ha un fratello diabolico? Oppure è una creatura per sua natura bifronte? E’ il tema dei prossimi mesi. Da svolgere, però, fuori dalla traccia dettata a colpi di decreto.






