E’ passato quasi inosservato ai principali media, il lungo corteo che sabato ha invaso il centro di Roma per l’ottavo appuntamento con la Million marijuana march. Appuntamento che si tiene il primo sabato di maggio in 237 città di tutto il mondo. Eppure non erano pochi e nemmeno silenziosi i trentamila giovani al seguito di una decina di mezzi tra furgoni e camion che mandavano musica techno e reggae. Le parole d’ordine: fine delle persecuzioni dei consumatori, diritto all’uso terapeutico della cannabis, diritto a coltivare la propria pianta per contrastare le narcomafie.
L’antiproibizionismo, accantonato dalla sinistra durante lo scorso governo, sembra avere ancora meno «appeal» dopo il terremoto elettorale. Quella di sabato scorso è stata una delle marce riuscite meglio degli ultimi anni, «snobbata» invece da partiti, associazioni, operatori e purtroppo anche da molti centri sociali. Forse nessuno, nemmeno gli organizzatori, si aspettava un tale successo per il primo corteo nella capitale del neo sindaco Gianni Alemanno. Mentre il nuovo inquilino del Campidoglio incontrava il Papa, decine di migliaia di giovani invadevano le principali strade della città, da piazza Esedra a Bocca della Verità, al grido di «Alemanno non è il nostro sindaco». Senza dimenticare chi per la Fini-Giovanardi è morto in carcere proprio per aver deciso di coltivare la sua pianta. Ad aprire il corteo lo striscione «Sicuri da morire» del comitato Verità per Aldo Bianzino, cui era dedicata la Marcia di quest’anno.






