Anche dopo aver vinto le elezioni, Gianni Alemanno non riesce a smettere quella cantilena, l’unica, che ha ripetuto nel corso dell’ultimo mese. Quel motivetto sulla «sicurezza» e contro il «degrado» che è entrato nella testa dei romani.
La città che si è allargata sanando intere baraccopoli, oggi si scandalizza per qualche centinaio di capanne di lamiera in cui vivono dei poveracci. La metropoli che si voleva accogliente e comprensiva è convinta di essere in mano al crimine, quando qualsiasi indicatore afferma il contrario. E’ una conseguenza della privatizzazione di ogni spazio pubblico: quando qualsiasi esperienza, che sia reale o vissuta attraverso i media, si elabora nella solitudine dei propri salotti invece che in spazi condivisi di discussione ed elaborazione collettiva, nello squallido ordine dei tempi casalinghi del soprammobile invece che nel vitale caos delle piazze, è normale che ci si senta in guerra contro il mondo. E quando ci si arruola nella guerra solitaria al degrado inesistente, si sceglie come condottiero uno che la guerra la sa fare per davvero.
Se Veltroni avesse pensato di disinnescare questa bomba ad orologeria alleviando la tensione invece di invocare «decreti sicurezza» razzisti, forse parleremmo ancora di una città solidale e medaglia d’oro della Resistenza. Una volta l’antifascismo era la soglia minima di civiltà. Questa barriera è stata oltrepassata da un’emergenza completamente fittizia, costruita a tavolino, montata dai giornali. La Repubblica, l’organo de facto del Pd che ha contributo a disegnare un paese virtuale preda della micro-criminalità, almeno ci risparmi i pittoreschi ritratti scandalizzati degli elettori di Alemanno che salutano romanamente. Fossero loro il pericolo per le libertà e diritti, i nostri problemi li avremmo risolti da tempo.






