«Lo stato ha dimostrato la volontà e la capacità di imporre il principio del rispetto della legalità», è stato il commento del procuratore napoletano Giandomenico Lepore dopo lo sgombero di quattrocento persone avvenuto mercoledì scorso a Melito, in provincia di Napoli. Le famiglie, tra cui tantissime donne, anziani e bambini, abitavano in alcuni edifici in via Giulio Cesare, costruiti per «errore» in un’area destinata ad opifici industriali e non ad abitazioni, e quindi da sempre ritenuti inabitabili e sotto sequestro dal 2002.
«Ci hanno sbattuto fuori di casa come animali–racconta Adele Castiello, la portavoce delle donne di Melito–Quando ci siamo radunati sul marciapiede di fronte alle palazzine dopo lo sgombero, ci hanno cacciato via anche da lì. Ci hanno detto che non potevamo stare nel raggio di tre chilometri, altrimenti ci avrebbero portati via con la forza».
Da qui inizia il pellegrinaggio dei 400: la prima notte la passano ad Arzano, dormono per la strada, la seconda nel centro sociale «Udo», in via Foria. Ma venerdì decidono di assistere tutti assieme alla messa delle 19 nella chiesa del Carmine, ma invece di ricevere silenziosamente la benedizione finale del parroco, si alzano in piedi e annunciano: «Non abbiamo più una casa. Dormiamo qui».
E lì sono rimasti tuttora, dato che a nulla è servito l’intervento di sindaci, cardinali, assessori intervenuti sul posto, ma che ancora non hanno saputo dare una soluzione logistica adeguata.






