Sei anni

Il 10 marzo 2002, a Lahore, i servizi segreti pakistani arrestavano un cittadino italiano di origine marocchina, Abu Elkassim Britel. L’arresto, illegale, è stato l’inizio di una vicenda esemplare di ingiustizia, violenza, ipocrisia, nella quale i governi Berlusconi e Prodi hanno dato il peggio di sé. Alla complicità esplicita del primo e in particolare del ministro degli esteri Gianfranco Fini, che sapeva delle torture che Kassim subiva da parte dei pakistani, poi della Cia e infine dei servizi segreti marocchini, è subentrato il silenzio di Massimo D’Alema. Kassim è ancora in Marocco, dove sta scontando una sentenza ingiusta e sommaria a nove anni di prigione. Del suo caso si è occupata la commissione del parlamento europeo che ha indagato sulle extraordinary rendition e nonostante questo il governo italiano non ha osato chiedere al Marocco la sua scarcerazione. Ne abbiamo scritto molte volte e continueremo a farlo, fin quando Kassim non potrà tornare libero nel paese dove ha scelto di vivere. Ma ci siamo sempre chiesti perché il silenzio, anche di fronte a un evidente orrore giudiziario. La risposta è arrivata qualche sera fa, da un servizio delle Iene: un agente dei servizi segreti italiani ammetteva, a volto coperto e voce contraffatta, di aver torturato e anche ucciso sospetti «terroristi». Non si sa chi, non si sa dove. Anzi, qualcuno lo sa. Il 12 marzo il tribunale di Milano decide se avviare il processo per il sequestro di Abu Omar, il più mediatizzato tra i casi di rendition che hanno coinvolto l’Italia. Ma non l’unico. L’iceberg delle complicità italiane negli aspetti più ripugnanti della «lotta al terrorismo» è più grande di quanto non si creda.

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