L’8 marzo non è maschio

Da osservatore curioso e ammirato [sul serio] del neo-movimento o «sommovimento» di femministe e lesbiche vorrei offrire alcune impressioni, anche a proposito di qualche polemica attorno alla giornata dell’8 marzo. E’ stato in novembre, quando – fuori del corteo, in piedi su un marciapiede – ho guardato le decine di migliaia di donne e ragazze convocate da se stesse in uno dei più grandi cortei di quella stagione, che ho capito che qualcosa di assai profondo aveva cominciato, o ricominciato, a muoversi. Qualcosa che non ha solo a che fare con la difesa della 194 o con l’alzare la voce sulla violenza che in modo implacabile e invisibile colpisce le donne. Nei cartelli, nei toni di quel corteo mi pareva di vedere la rivendicazione di una differenza che muove sì, ovviamente, dal genere, ma che c’entra anche con la ricerca di autonomia che si è diffusa della società, come una buona epidemia, da quando abbiamo constatato come «democrazia» e «sviluppo» sono diventate due parole vuote. Questa radicale critica del potere, ossia del modo maschile di fare politica e di «usare» la natura, era in quel corteo naturalmente connessa con la vita, con il corpo. Come non si trattasse di cercare lo scontro [il «conflitto» tanto caro alle sinistre], ma al contrario liberandosi di ogni armamentario bellico, prima di tutto quello culturale. Perciò, insieme alla rabbia, da cartelli e slogan sprizzavano ironia e distanza dal modello di politica esistente. Va bene, forse sono solo sciocchezze. Ma mi è parso, quel giorno e ancora ascoltando i racconti e leggendo i resoconti [su Carta] dell’assemblea tenuta a febbraio e chiamata Flat [Femministe e lesbiche ai tavoli], che il messaggio di indipendenza dai poteri e di cambiamento «dal basso», di democrazia della prossimità, di ricerca del ben-essere contro il dovere della «crescita» e del consumo, l’amore per i beni comuni e la terra, insomma il senso del movimento d’inizio secolo, trovi nel neomovimento delle donne una traduzione concreta, letteralmente vissuta. Perché quel messaggio è intimamente femminile. E dunque, la polemica sulla giornata dell’8 marzo non è quel che ad esempio Susanna Camusso pensa. La segretaria della Cgil lombarda ha scritto una lettera alle femministe e lesbiche per rimproverare loro i giudizi che la Flat aveva dato della manifestazione nazionale con cui Cgil, Cisl e Uil vogliono ricordare il centenario [per altro dubbio] della nascita di questa ricorrenza. Siete minoritarie, ha scritto Camusso, come se stesse rivolgendosi a un gruppuscolo di estrema sinistra. Ma quel che principalmente le donne del movimento criticavano era invece il fatto, se ho ben capito, che a prendere la parola, quel giorno, saranno i tre segretari generali. Tre uomini, infatti. Quel movimento, fatto di circoli e collettivi molto spesso nati da poco tempo e in modo del tutto indipendente, e animati da giovanissime, rifiuta per sua vocazione ogni delega: anche le ministre che si presentarono in Piazza Navona, a novembre, furono contestate, figuriamoci i tre segretari sindacali maschi. Ma, in più, c’è il fatto che uno di quei sindacati, la Cisl, è stato tra i promotori del Family Day, la madre di tutti gli slittamenti reazionari degli ultimi anni. E certo la Cgil ha i suoi problemi di diplomazia con la Cisl, e andare insieme in piazza a difesa della 194 viene giudicato un successo, ed è vero anche che le confederazioni hanno la loro storia e il loro apparato: ma appunto il movimento delle donne dice, fra l’altro, che diplomazie e apparati sono nocivi. Infatti l’8 marzo delle femministe e delle lesbiche sarà diffuso e del tutto auto-organizzato.

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