10 dicembre. Raggiungiamo la cittadina umbra di Spoleto in treno. Appena fuori dalla stazione la prima cosa che notiamo, assieme ad Haidi Giuliani, è il vecchio carcere sito sulla collina di fronte. Non eravamo mai stati a Spoleto, chiediamo se per caso è quello il super carcere e ci rispondono che quello ormai è diventato un museo. Bene. Sotto la pioggia battente raggiungiamo la nuova Casa di Reclusione.
Veniamo cordialmente accolti dal comandante che ci illustra le «meraviglie» di Spoleto. Non manca quasi niente, c’è persino il citofono nelle celle per i casi di emergenza. Per chi come noi ha avuto modo di visitare le carceri del profondo sud [ma anche alcune del profondo nord], la prima reazione entrando nel carcere di Spoleto è di autentico stupore. Innanzitutto per l’igiene, che è «palpabile» in ogni angolo dell’istituto, sezioni comprese. Poi per la qualità delle attività trattamentali, la scuola, i laboratori. Attività lavorative assicurate all’80 per cento dei prigionieri. La socialità è possibile fino alle 19, anche in Alta Sicurezza e nella sez. di Elevato Indice di Vigilanza. Sembrerebbe che qui l’Ordinamento Penitenziario funzioni davvero. Le impressioni iniziali vengono confermate dalla quasi totalità dei detenuti che incontriamo.
Ma il motivo della nostra visita è soprattutto un altro: Spoleto è la «culla» dello sciopero della fame degli ergastolani. Sembra paradossale, perchè a Spoleto le condizioni trattamentali e rieducative ci sono tutte ma non sono sufficienti per chi non ha un ‘fine pena’; non basta la possibilità di conseguire la laurea o il diploma se poi non si ha la possibilità di “spendere” i titoli e le abilità acquisite perchè, da quelle mura, gli ergastolani non hanno nessuna speranza di uscire. I loro ergastoli sono ostativi. Incontriamo Carmelo e gli altri: ci accolgono con sorpresa, sono deboli, provati da dieci giorni di sciopero totale, amareggiati dai media che li hanno già dimenticati dopo il primo giorno. Uomini adulti oggi, poco più che ragazzi quando sono stati arrestati e cancellati dalla società per sempre. Hanno molto in comune, compreso il «marchio regionale», infatti sono tutti figli del sud. Non chiedono la libertà, non si professano innocenti, sono consapevoli di aver fatto del male e stanno pagando con coscienza ma sono stanchi di subire la vendetta dello Stato e della società.
Chiedono di avere un fine pena certo, fosse anche alla fine della loro vita! Nutrono da troppo tempo l’illusione di vedere applicato il principio costituzionale della rieducazione e del recupero del condannato. Proposte di legge per l’abolizione della pena perpetua nel corso degli anni ne sono state presentate tante, tutte insabbiate. L’ultima è di alcuni mesi fa, prima firmataria Maria Luisa Boccia, senatrice del Partito della Rifondazione Comunista: gli ergastolani chiedono che venga calendarizzata la discussione in Parlamento. Quarantuno di loro porteranno ad oltranza la loro pacifica ma terribile protesta: preferiscono morire piuttosto che continuare a subire la vendetta di uno Stato e di una società che non riesce a far valere i diritti costituzionali, trascinata dall’onda mediatica del giustizialismo che ormai aleggia ovunque. Salutiamo Carmelo e gli altri della sez. EIV, Sebastiano ci fa dono di due suoi memoriali e raggiungiamo la sez. 41 bis. Anche qui quasi tutti gli ergastolani hanno aderito allo sciopero della fame. Haidi ascolta le loro storie: Salvatore è dentro da oltre un quarto di secolo, un colloquio con i familiari ogni due anni, considera la sua vita ormai priva di prospettive future. Un altro detenuto non effettua colloqui con la moglie, detenuta in altro carcere, da cinque anni perché non ci sono abbastanza fondi per poter organizzare la traduzione. Antonio non ha figli piccoli ma è nonno e non può abbracciare i nipotini, li può solo vedere crescere di quando in quando attraverso un vetro.
La visita sta per finire, succede però qualcosa di imprevisto anche se abbastanza usuale nelle carceri italiane. Urla e concitazione accompagnano l’ennesimo gesto di autolesionismo di un giovane uomo con il quale abbiamo da poco finito di parlare. Padre da sei mesi, non ha potuto riconoscere la figlia e perciò non può neanche tenerla in braccio per quei dieci minuti concessi dal regime del 41 ai figli minori di dieci anni. Ci avviciniamo alla cella: gli agenti sono stati tempestivi ad evitare il peggio, il personale sanitario arriva nella sezione con una rapidità svizzera. Per fortuna che è successo a Spoleto, pensiamo; in un altro carcere, il detenuto sarebbe stato soccorso in tempo? Un senso di impotenza ci accompagnerà nelle ore a seguire. Non esiste solo la tortura fisica, sono varie le forme che può assumere, e impedire a un padre di abbracciare la propria figlia è una di queste. Ci chiediamo e vi chiediamo: è giusto estendere le pene inflitte a chi delinque anche ai familiari? Siamo sicuri che l’Italia sia uno stato di diritto? Riteniamo di no, almeno fino a quando non adegueremo le nostre leggi alla nostra Carta costituzionale e alla Carta universale dei Diritti dell’Uomo, che troppo spesso dimentichiamo di aver sottoscritto.
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