Metti un fiore nel motore

Biodiesel

Da un nome complicato, transesterificazione, nasce una possibile alternativa all’uso del petrolio. Non è un’operazione alchemica, ma un processo industriale, che consiste nel separare le parti di glicerina e paraffina contenute nell’olio di colza dall’olio stesso – operazione indispensabile per ridurne la viscosità – ottenendo il «carburante del futuro»: il biodiesel. Una soluzione naturale in tutti i sensi, visto che si tratta di una pianta, la colza, e dell’olio che da essa si ricava, anche se in realtà si potrebbe ricavare da tutte le piante cosiddette oleaginose [girasole, soia, ecc.].
Sembra una scoperta epocale, ma non lo è. Nel 1893 un signore che si chiamava Rudolph Diesel mise a punto il suo primo motore usando come carburante olio di canapa e cereali. Il gasolio non esisteva ancora. Se andiamo indietro, al tardo medioevo, scopriamo che l’olio di colza, in molte città nord europee, alimentava l’illuminazione pubblica nelle strade, mentre durante la seconda guerra mondiale è servito per far andare i meno civili motori delle navi da guerra. Anche se i maggiori produttori di colza sono Pakistan, India e Cina, il biodiesel è una realtà soprattutto nei paesi occidentali, affumicati dai gas di scarico delle troppe automobili e impauriti dal prezzo crescente del petrolio.
Il biodiesel è in commercio in Francia, Germania [sulle autostrade tedesche si trova regolarmente ai distributori], Austria, Svizzera e Stati Uniti. L’Italia, invece, resta gasolio-dipendente. Su richiesta del governo italiano [proposta di decisione del Consiglio inviata il 23 aprile 2001] l’Unione europea ha approvato una disposizione che ammette una tassa ridotta sul biodiesel soltanto se viene mischiato al gasolio. Si può miscelare il biodiesel al 5 per cento come additivo o al 25 per cento come combustibile per i mezzi pubblici.

Gli eco-disincentivi
L’articolo 21 della finanziaria 2001 prevedeva per il biodiesel usato come carburante l’aumento a 300mila tonnellate all’anno del limite del contingente annuo per il quale è prevista l’esenzione totale dalle imposte. Tradotto in italiano corrente, vuol dire che per poter usare il biodiesel allo stato puro si deve pagare una tassa sui carburanti pari a 0,413 euro a litro. Così il prezzo diventa proibitivo.
Non finisce qui: in questo modo i piccoli produttori italiani di biocarburante, che non dispongono delle tecnologie necessarie per miscelare biodiesel e gasolio, sono tagliati fuori dal mercato e costretti a vendere l’intera produzione alle grandi raffinerie. Chi evade rischia la reclusione da sei mesi a tre anni e una multa che varia da due volte a dieci dell’imposta evasa, ma lo stesso olio può essere venduto alle raffinerie che lo «processano» e lo rivendono ai consumatori allo stesso prezzo del gasolio tradizionale. Altro che ecoincentivi.

A ruba nei supermercati
Il biodiesel non contribuisce all’effetto serra perché restituisce all’atmosfera solo la quantità di anidride carbonica utilizzata da colza, soia, girasoli, ecc. durante la loro crescita [con una riduzione del 78 per cento rispetto al gasolio fossile]; riduce le emissioni di monossido di carbonio del 35 per cento e di idrocarburi combustibili emessi nell’atmosfera del 20 per cento; non produce una sostanza altamente inquinante, il biossido di zolfo, e non contiene cancerogeni come il benzene.
L’olio di colza sta diventando il simbolo di una vera rivolta popolare dei consumi, specialmente nel nord est. Qui, uno dei pochi discount che ha sui suoi scaffali l’olio di colza, il tedesco Lidl [che costa dai 45 ai 60 centesimi al litro] è stato preso d’assalto da quelli che, stando alla lettera della legge, sarebbero evasori fiscali.
Su internet sono centinaia i newsgroup e i blog nei quali si discute animatamente del biodiesel, e migliaia, specialmente nel Veneto, sono i gruppi d’acquisto. Si cerca di capire soprattutto se usare il biocarburante comporti danni al motore come continua a sostenere il mensile «Quattroruote». Il vangelo degli automobilisti, senza rimorsi, ha dichiarato una vera e propria crociata contro il biodiesel, con diversi servizi pubblicati quest’anno. Si dice che, se usato allo stato puro, l’olio di colza può provocare seri danni al motore, ad esempio intasare il filtro della pompa del gasolio o deteriorare le parti sintetiche dell’impianto di alimentazione [anche se alcuni lo usano puro e non hanno riscontrato problemi]. Ma quello che non si dice è che i problemi scompaiono separando l’olio dalla glicerina o paraffina, cioè con la «magica» transesterificazione, o adattando il motore al biocarburante.

La sfida di Monsano
È questo il caso della Elsbett, una casa tedesca che da 40 anni produce dei motori disegnati per girare al 100 per cento con olii vegetali con un sistema denominato «One-Tank». Con una spesa di poco più di 1.700 euro la casa offre una modifica del motore in officina in soli 3-5 giorni. Altrimenti i più pratici possono farlo da sé acquistando un kit e in questo caso si parte dai 500 euro più Iva.
Monsano è un piccolo paese delle Marche, circa 2700 abitanti. Spiega Mauro Tommassoni, assessore al territorio, trasporti, ambiente e agricoltura del comune: «Posso dire che siamo stati il primo paese in Italia a far uso del biodiesel. Da quattro anni una decina d’automezzi del nostro comune, tra mezzi da lavoro e autovetture, vanno a biodiesel puro, olio di colza al 100 per cento, che acquistiamo dalla FoxPetroli di Pesaro, e le nostre vetture non hanno mai avuto problemi al motore».
Una piccola macchia di leopardo che si sta espandendo. Anche il più popoloso comune di Chiaravalle ha deciso, in accordo con Monsano, di installare, da qui a pochi mesi, un deposito di biodiesel che servirà ambedue i comuni. Anche se per il momento sembra che l’installazione di distributori di biodiesel, come in Austria o Germania, sia ben lontana perché «le grandi multinazionali del petrolio boicottano l’operazione», un piccolo paese, attento all’ambiente e al consumo critico, ha lanciato la sua sfida.

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