L’avventura cominciò negli anni novanta, quando mi ritrovai a fare il pendolare fra Roma e un paesino in provincia di Latina. Dal finestrino del treno guardavo la campagna scorrere via mentre io mi apprestavo a ficcarmi nel tunnel della metropolitana per uscirvi in mezzo a un deserto di catapecchie di periferia e capannoni industriali. Mi resi conto che tutto ciò nasceva dal fatto che io in fondo sapevo fare due cose soltanto: vendere e comprare. Vendere cosa? Una sola cosa: il tempo della mia vita. Lo vendevo a un tale chiamato datore di lavoro e ne ricavavo in cambio dei fogliettini di carta chiamati banconote che mi davano facoltà di fare la seconda cosa: comprare. Comprare cosa? Tutto. Tutto ciò di cui avevo bisogno o credevo di aver bisogno.
Nel 1996 decisi che era ora di cambiar aria. Dopo una breve parentesi didattica in un casale in affitto con cento metri quadrati di orto, comprai una casa con 1200 metri quadrati di terra a Zagarolo e lì cominciai la mia vera esperienza di autoproduzione.
Cominciamo col descrivere il luogo. Campagna? I romani ne parlano così, ma a venticinque chilometri dalla più grande megalopoli italiana che campagna volete che sia rimasta? È una sorta di città diffusa, con vasta prevalenza di seconde case di romani che, abituati alla parca manciata di metri quadrati dei loro loculi condominiali, giunti lì si sentono in una vastità da prateria.
In più da queste parti fra geometri e agrimensori sembra esistere una sorta di sindrome della tagliatella per cui i terreni sono suddivisi in listarelle sottili, strette e lunghe. Una volta ne vidi uno di 5000 metri quadrati nella forma di un rettangolo di 10 metri per 500. Il mio non fa eccezione e dunque i miei 1200 metri quadrati sono un rettangolo di 14 metri per 90, non pianeggianti ma in costante discesa, dal livello della strada fino a una striscia di boschetto nella quale scorre un minuscolo ruscello stagionale. Una prima nota positiva è che la pendenza genera una notevole varietà di microclimi, dal quasi arido del tratto più alto all’umido della parte più bassa, dove prospera adesso anche un boschetto di bambù e un piccolo prato di fragoline di bosco.
Chi era venuto prima di me aveva avuto l’accortezza di scegliere gli alberi da frutto in modo da avere una fruttificazione perfettamente sincronizzata: quando finiva uno iniziava il successivo, ininterrottamente da maggio a ottobre: ciliegie, albicocche, prugne di diverse varietà, pere, mele, cotogne, fichi, uva, kaki. A parte le mele, tutto di ottima qualità.
Ma la sua accortezza si era fermata qui, perché per il resto la situazione di partenza era abbastanza scoraggiante.
Le erbacce erano state tolte fino ad allora «frullando» il terreno con una motozappa il che le selezionava facendo male alle più deboli e bene alle più resistenti, col risultato che mi ritrovavo con una quasi monocoltura di orzo e avena selvatici e, soprattutto, gramigna alla quale la frantumazione dei rizomi provocata dalla motozappa fa molto, molto bene, perché la gramigna si riproduce proprio per divisione dei rizomi, guarda un po’.
Il tutto era circondato da muretti di tufo, reti metalliche e filo spinato sui quali non era stato consentito a nessuna pianta rampicante di svilupparsi: tutto rigorosamente e geometricamente a vista, tutto spoglio e desolato per cui i primi anni mi sembrava di muovermi nel cortile di un carcere.
Le prime esperienze di coltivazione sono state disastrose: le erbe infestanti avevano azzerato le disponibilità di azoto nel terreno e non riusciva a crescere nulla.
Ho cominciato a darmi da fare e poco a poco i risultati sono venuti: lavoro il terreno a mano, il che se da un lato è una faticaccia dall’altro mi consente di essere abbastanza selettivo e poco a poco, dove il terreno era lavorato, cominciavano a riapparire le erbe scomparse e soprattutto il trifoglio che, in poco tempo, aiutato da buone concimazioni organiche, ha riportato l’azoto scomparso.
Edera e vite del Canada, lasciate crescere indisturbate, hanno saggiamente usato reti e muretti come tutori, per cui oggi mi muovo fra due pareti verdi, il che va decisamente meglio.
L’orto è adesso ben avviato, tutte le aiuole sono servite da impianto a goccia, la gramigna c’è ancora ma non più così dilagante e soprattutto la produzione di ortaggi è buona, in quantità e qualità.
Coltivo prevalentemente fave in autunno, fagioli, patate e pomodori in estate. E molte altre cose, s’intende. Alcuni ortaggi sono di varietà antiche. Fra essi particolarmente riusciti sono il pomodoro Re Umberto e il fagiolo Rossone di Lucca. E dimenticavo la soia, sia pur ancora carente in quantità, che mangio sia unita alle minestre sia sotto forma di latte. Il tofu invece non sono ancora riuscito a farlo.
I beni autoprodotti sono di qualità scadente? Smentisco. Smentisco ed elenco: marmellate, cotognate, olive in salamoia, fichi secchi, succhi di frutta, conserve di pomodoro, legumi freschi e secchi, verdure, cavolfiori. Tutto ottimo. Anzi, molto meglio della dubbia roba del supermercato. A questo proposito mi soffermo a notare che non ho mai capito la funzione dei coloranti e dei conservanti nelle marmellate. Le mie sono coloratissime e, quanto a durata, di almeno due anni [cosa accada dopo non lo so perché nessuna è mai sopravvissuta tanto a lungo]. Dunque mi viene il sospetto che quelle altre non siano marmellate.
E i cavolfiori? Quelli comprati al supermercato, ben chiusi in un sacchetto di plastica ermetico, dopo un paio di giorni emettevano un gas che lo gonfiava come un palloncino; aperto il quale ne usciva un odore disgustoso che invitava perentoriamente a buttare via il tutto. I cavoli autoprodotti durano una settimana e oltre dopo la raccolta senza problemi.
Insuccessi? Forse il vino anche se devo dire che non mi ci sono mai messo sul serio, anche perché non ho ancora una cantina: solo due tentativi con piccole quantità e mezzi di fortuna [una pentola a pressione come botte]; il primo è venuto così così, il secondo è venuto ottimo… come aceto. Bisogna però dire che la persona che mi ha insegnato, e che lo fa sul serio da sempre in casa, ottiene ottimi risultati, e dunque non escludo di riuscire a emularlo quando verrà il momento. Ho intanto rimandato ulteriori tentativi a quando avrò una cantina.
Quali cibi non autoproduco? Sono quelli, come olio, pane e pasta, che, richiedendo la coltivazione di estensioni di terreno piuttosto ampie [grano] o attrezzature di un certo impegno [frantoio] consigliano una scala produttiva maggiore di quella individuale, ovvero che presuppongono la dimensione della piccola comunità. A questo proposito credo sia il caso di prendere in considerazione l’opportunità di evolvere dai Gas [Gruppi di acquisto solidale] ai Gaas [Gruppi di acquisto e autoproduzione solidale], un’idea su cui credo che dovremmo cominciare tutti a muoverci.
Questo per quanto riguarda il cibo. Parliamo ora dell’acqua. Il precedente proprietario aveva fatto le cose in grande: aveva scavato il classico pozzo artesiano e aveva costruito una grande cisterna interrata in cui l’acqua veniva accumulata e dalla quale passava poi alla casa. Il tutto a pochi metri dallo scarico della grondaia. Risultato: per dodici mesi all’anno si sperperavano grandi quantità di energia per tirar su l’acqua da 60 metri di profondità mentre lì accanto, a ogni pioggia, altrettanto grandi quantità di acqua venivano scaricate sul terreno [da cui poi risalivano a impregnare i muri della casa]. Ci voleva poi tanto ad aggiungere pochi metri di tubo per collegare la grondaia alla cisterna? Per fare un primo impianto volante ci sono voluti esattamente 15 minuti di lavoro. Probabilmente quel che ci voleva era un «grande» salto paradigmatico: fare una cosa che gli altri non fanno. Quando poi qualche anno fa è giunta l’acqua-merce dell’acquedotto ex comunale sono stato l’unico in tutta la via a non fare la richiesta di allacciamento: che me ne faccio? Perché pagare per una risorsa che letteralmente mi piove addosso? Oggi uso l’acqua del pozzo nei soli mesi di luglio e agosto; nei rimanenti la cisterna è sempre piena grazie all’acqua proveniente dal tetto.
Qualche attenzione ho dedicato poi alle antiche tecniche tradizionali, imparandone alcune, come l’intreccio di cesti, o acquisendo le nozioni necessarie per impararne altre, come la filatura o la terracotta, che non ho ancora avuto il tempo di mettere in pratica. Anche i lavori in legno e in muratura che non richiedono una abilità da specialista del mestiere li eseguo da solo, con validi risultati.
L’anno scorso infine giunse il momento di fare il passo successivo: chiedere il part time. Adesso lavoro solo 6 mesi all’anno, naturalmente con stipendio dimezzato, ma ora che non so più soltanto vendere e comprare ma so anche fare, quel mezzo stipendio è più che sufficiente, e fra due anni, quando avrò finito di pagare il mutuo, credo che avanzerà pure qualcosina.
Va tutto bene dunque? Non ho mai detto questo, anzi! Come del resto potrebbe andar tutto bene ad appena venticinque chilometri da una megalopoli? Il grado di antropizzazione e relativa degenerazione del territorio è notevole; come se non bastasse, durante l’estate bisogna subire l’assalto delle vocianti orde di proprietari delle seconde case; infine, andati via loro, giunge un ancor peggiore assalto: quello delle bande armate dei cacciatori che compiono in gran numero massicce e sfrontate scorrerie fino a pochi metri dalle case sparando furiosamente, incuranti non solo del disturbo che arrecano ma perfino del rischio cui sottopongono gli abitanti [benchè per misteriose ragioni pochissimi si soffermino su questo «dettaglio», i cacciatori imbracciano fucili, ovvero letali armi da fuoco]. Non è un problema esclusivo di questa zona ma generalizzato, al punto da poter essere definito un’emergenza nazionale sommersa. Qui siamo riusciti a mitigarlo e quest’anno speriamo di giungere alla soluzione definitiva, ma in molti altri luoghi la situazione è e rimane drammatica.
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