E’ iniziata poche ore fa, ufficialmente, nella base navale di Annapolis, Maryland, quella che la macchina mediatica della Casa bianca definisce la più importante conferenza di pace sul Medioriente degli ultimi anni. Sono una quarantina gli stati e le organizzazioni che partecipano, con alcune importanti adesioni [Arabia saudita e Sira] e alcune importantissime defezioni [Iraq, Iran, Hamas]. Lunedì, dopo i primi incontri con il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen, Bush ha detto che le parti sono pronte a fare le «drammatiche concessioni» necessarie a trovare un accordo complessivo. Tuttavia, nonostante settimane di serrato lavoro diplomatico, non c’è alcun accordo nemmeno sul testo della dichiarazione di Annapolis che, nelle intenzioni di Bush, dovrebbe rilanciare i negoziati tra israeliani e palestinesi. L’impressione, raccolta dalle agenzie di stampa internazionali e dai commentatori politici, è che i tre principali protagonisti della scena, Bush, Olmert e Mazen abbiano bisogno di qualcosa che possa essere spacciato alle rispettive opinioni pubbliche come un «successo». A tutti i costi o quasi. Non sarà facile, visto lo scetticismo che in Israele come in Palestina e negli Usa circonda lo show diplomatico della Casa bianca.
Mentre fotografi e cameraman riprendevano le prime strette di mano, a Gaza, i caccia israeliani hanno colpito di nuovo: quattro morti lunedì e tre martedì. Secondo la radio militare israeliana erano attivisti di Hamas, quindi esclusi dalla conferenza di Annapolis, e dunque «bersaglio legittimo» per piloti e cecchini.
Tags assegnati a questo articolo: Israele, Palestina, Annapolis






