I dimenticati di Guantanamo che l'Italia non vuole

L'Ong britannica Reprieve ha messo online sul suo sito il rapporto sugli «italian residents» rinchiusi nella prigione statunitense. Sono sei tunisini, sospesi in un limbo giuridico: l'Italia non li vuole e nel loro paese d'origine sparirebbero nelle carceri del regime di Ben Ali.

C’è una citazione dantesca sulla copertina della trentina di pagine del rapporto reso noto oggi dalla Ong britannica Reprieve: «Lasciate ogni speranza voi ch’intrate». Le parole di colore oscuro che Dante vede «al sommo d’una porta», nel terzo canto dell’Inferno, si adattano benissimo alla sorte dei detenuti di Guantanamo. Soprattutto ai sei casi raccontati da Reprieve, grazie al lavoro dell’avvocata Cori Crider, statunitense. Sono sei cittadini tunisini, Adel al Akimi, Hisham Sliti, Hedi Hammami, Lofti Ben Ali, Saleh Sassi e Abdel Ben Mabrouk, che però hanno vissuto in Italia per anni, dove hanno lavorato e messo su famiglia. Dagli interrogatori e dalla torture subite a Guantanamo, non è emerso nulla contro di loro e Reprieve chiede ora all’Italia di riaccoglierli. Perché se fossero espulsi in Tunisia, la loro vita sarebbe a rischio. Il regime dittatoriale del presidente Ben Ali non lascia dubbi. Molti presunti «terroristi» che più spesso sono solo oppositori del regime sono stati inghiottiti dalle prigioni tunisine, grazie anche alla collaborazione attiva dei servizi segreti occidentali, italiani e francesi innanzi tutto, ben felici di fare qualche favore a un governo arabo considerato «amico».
Reprieve non si limita a chiedere all’Italia di accogliere «i sei di Guantanamo». Nel rapporto c’è anche una precisa e circostanziata accusa contro il governo di Roma considerato «complice nella violazione dei diritti umani» dei sei tunisini. Anzi, i governi sono due: il primo governo Berlusconi, che ha inviato agenti del Sismi, poliziotti e carabineri a Guantanamo a interrogare proprio questi sei «sospetti» e il governo Prodi, che pur sapendo tutto, non ha fatto nulla. Il rapporto è accompagnato da una lettera, scritta l’11 giugno scorso da Cori Crider e diretta a Silvio Berlusconi, Roberto Maroni e Franco Frattini. «Con disappunto vi devo informare–dice il testo–che le autorità italiani sembrano essere state complici nell’extraordinary rendition di persone residenti in Italia e degli abusi da loro subiti a Guantanamo Bay, in violazione diretta delle leggi internazionali».
Le indagini di Reprieve «hanno scoperto prove del fatto che, a partire dal 2002, diversi prigionieri italiani sono stati consegnati attraverso lo spazio aereo italiano, sulla rotta per Guantanamo Bay». Non solo, ma le informazioni «inaffidabili» ottenute con gli interrogatori illegali compiuti a Guantanamo sono state «condivise» con chi ha violato i loro diritti, cioè gli agenti statunitensi, e «direttamente attraverso i servizi di sicurezza italiani o indirettamente attraverso gli Usa», sono state consegnate alla polizia tunisina. «Sulla base di queste informazioni–prosegue Crider–la Tunisia ha condannato in contumacia la maggior parte di questi ‘residenti in Italia’ a lunghe pene detentive, in processi iniqui». Per questo, dice Reprieve, i «sei» sarebbero certamente torturati se fossero rispediti in Tunisia.
«Oggi, la maggioranza di questi prigionieri italiani sono pronti a essere liberati da Guantanamo–dice il rapporto–Il governo americano ha scoperto che essi non costituiscono pericolo né per gli Stati uniti, né per gli alleati, Italia inclusa. Potrebbero lasciare la prigione domani, se il governo italiano li accettasse. E’ un segno del sincero attaccamento all’Italia che tutti loro preferiscano aspettare che l’Itali li riaccolga, anche se ciò significa patire altri mesi di abusi nelle celle di isolamento a Guantanamo».
Che l’Italia sappia da tempo di questi sei prigionieri è provato dal fatto che tutti sono stati interrogati da personale italiano, carabinieri, polizia e probabilmente anche agenti del Sismi. Lo raccontano gli stessi sospetti, quando finalmente hanno potuto parlare con gli avvocati di Reprieve: «Affermazioni non secretate rilasciate dai residenti italiani a Guantanamo Bay indicano che gruppi di agenti italiani si sono recati a Guantanamo per interrogare i prigionieri in almeno tre occasioni diverse. Queste visite hanno avuto luogo nei primi mesi di Guantanamo, cioè quando la tortura e i trattamenti crudeli, inumani e degradanti erano all’ordine del giorno». Da tempo, grazie ad alcune inchieste giornalistiche e ad alcune interrogazioni parlamentari si sapeva che i vertici del Sismi, guidato allora da Niccolò Pollari e quelli della polizia, guidata da Gianni De Gennaro, avevano autorizzato il viaggio di agenti italiani a Guantanamo. Finalmente oggi sappiamo chi hanno interrogato e perché. Il primo interrogatorio, scrive Reprieve, è avvenuto il 7 febbraio 2003 poco dopo l’arrivo nella prigione statunitense di Lofti ben Ali, uno dei residenti rimasti nel limbo.
«Il dipartimento della difesa statunitense–continua il rapporto–Per trattenere i residenti italiani Adel al Hakeemy, Hisham Sliti, Hedi Hammami, Adel ben Mabrouk, Saleh Sassi, Lofti ben Ali e Lofti Lagha si basò su accuse di derivazione italiana, non supportate da prove». Nei cinque anni trascorsi tra il primo interrogatorio e oggi, Lofti Lagha è stato rispedito in Tunisia dove è sparito nelle prigioni del regime. Controprova della collaborazione tra Italia e Tunisia, secondo Reprieve, è che i prigionieri sono stati condannati in contumacia a pene tra i dieci e i quarant’anni di carcere. Una collaborazione che configura per l’Italia il reato di tortura e la complicità nella violazione delle leggi internazionali.
Secondo Reprieve, la complicità italiana non si limita ai sei «residenti»: «Ricerche di Reprieve rivelano che il governo italiano sembra essere stato complice nel trasferimento di almeno 680 prigioneri a Guantanamo, compresi i sei di cui si fa menzione in questo rapporto». Finora, le rendition «italiane» di cui si sapeva erano solo tre: Maher Arar, cittadino canadese di origine egiziana, il cui volo è transitato per Ciampino; Abu Omar, l’ex imam egiziano sequestrato a Milano e Kassim Britel, cittadino italiano di origine marocchina, ancora in carcere in Marocco. «Diari di volo ottenuti dalle autorità spagnole e portoghesi dimostrano che è molto probabile che almeno 28 aerei militari statunitensi hanno transitato nello spazio aereo posto sotto la giurisdizione italiana diretti a Guantanamo dal 2001 al 2006. Molti di questi voli partivano dall’Afghanistan e facevano scalo nella base turca di Incirlik, prima di attraversare lo spazio aereo italiano diretti a Guantanamo. Questi aerei non avrebbero potuto attraversare lo spazio aereo italiano senza aver prima ottenuto l’autorizzazione da parte delle autorità italiane». Reprieve chiede che i diari di volo che contengono i dati dettagliati di questi «attraversamenti» siano resi pubblici.
Da Incirlik, per esempio, è passato Adel al Hakeemy, numero di detenzione a Guantanamo 168. Il suo volo, codice RCH481y è passato nello spazio aereo italiano l’11 febbraio 2002. Adel al Hakeemy è stato interrogato due volte dagli agenti italiani, che gli hanno chiesto della sua vita in Italia, a Bologna soprattutto, dal 1989 al 1997. Non ha mai avuto problemi con le autorità italiane e ha lavorato sodo, come bracciante al sud, come aiuto cuoco in una pizzeria bolognese e come operaio edile. Arrestato in Pakistan, dove era andato per sposarsi, Adel viene interrogato due volte dagli agenti italiani. Il primo gruppo era composto da persone che dissero di appartenere alla polizia, e l’interrogatorio si concluse con una nota di speranza, perché gli agenti, secondo Adel «dissero che non avevo problemi e che sarei potuto tornare in Italia». Il secondo gruppo, qualche mese dopo, era composto da «agenti dell’intelligence» e fu molto più rude. Nonostante i due interrogatori, nessun capo d’accusa è stato formalizzato contro Adel, anche se in Tunisia pende una condanna a venti anni, sulla base di una testimonianza di un presunto pentito rilasciata davanti a un tribunale militare. L’unica speranza di salvezza per lui è il rientro in Italia.
Sono simili le altre storie dei «sei di Guantanamo»: Hisham Sliti [trasferito con il volo RCH705y da Incirlik, attraverso lo spazio aereo italiano il primo maggio 2002]; Hedi Hammami [trasferito da Incirlik con il volo RCH233y, sull’Italia il 5 agosto 2002]; Saleh Sassi [trasferito con il volo RCH317Y, il 20 gennaio 2002]; Abdel ben Mabrouk [trasferito con il volo RCH074Y, passato sull’Italia il 9 febbraio 2002]. Per tutti loro la sorte potrebbe essere la stessa toccata a Lofti ben Lagha, numero di matricola 660, trasferito a Guantanamo da Incirlik con il volo RCH790Y, passato sopra l’Italia il 14 giugno del 2002. Lofti è stato rilasciato da Guantanamo e rispedito in Tunisia. Di lui si sa che ha vissuto in Italia tra il 1998 e il 2001 e che è stato arrestato in Pakistan nel 2002, quando gli arabi che si trovavano lì per le ragioni più diverse [studio, religione, viaggio] venivano arrestati alla rinfusa, grazie alle taglie che la Cia prometteva a chiunque consegnasse uno «scalpo». Non ha mai visto un avvocato durante i cinque anni passati a Guantanamo e nel 2007, senza che contro di lui venisse formalizzata alcuna accusa, è stato consegnato al regime del suo paese d’origine. L’avvocato tunisino che ne ha seguito il processo farsa ha raccontato a Reprieve che appena sceso dall’aereo Lofti è stato pestato dalla polizia e condannato da un tribunale militare a tre anni di carcere. Si sa che dovrebbe essere–se è ancora vivo–nella prigione di Mornaguia, ma da quando è stato inghiottito dal carcere non c’è stata alcuna comunicazione con lui.
«Uno dei principali ostacoli alla chiusura di Guantanamo Bay–scrive Reprieve nelle conclusioni del rapporto–E’ che alcuni dei prigionieri, quelli che provengono da paesi come l’Uzbekistan, la Libia e la Tunisia, dovrebbero affrontare la tortura se tornassero nei paesi d’origine». Alcuni paesi europei, come la Germania e la Spagna hanno pertanto accettato di accogliere ex detenuti di Guantanamo che avevano vissuto lì per evitare che fossero rispediti nei paesi d’origine. L’Italia potrebbe fare altrettanto e dovrebbe farlo, secondo Reprieve. A meno che i rapporti con una dittatura amica non contino di più del consentire a sei innocenti di riveder le stelle.

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