Il regime militare birmano potrebbe essere presto accusato di aver lasciato morire decine di migliaia di cittadini birmani, per l’incompetenza e gli ostacoli burocratici che hanno intralciato gli aiuti internazionali destinati a più di un milione di vittime del ciclone.
Più di dieci giorni dopo che il ciclone Nargis ha colpito il delta dell’Irrawaddy nella Birmania sud-occidentale, uccidendo circa 100 mila persone e distruggendo le case di 1,5 milioni di famiglie, la giunta ha accettato solo una piccola parte degli aiuti umanitari.
Escluse dagli aiuti, squadre specializzate nel ristabilire le forniture di acqua potabile tramite la pulizia e il ripristino delle fonti d’acqua nei terreni danneggiati. «Temiamo che le persone delle aree colpite non stiano ricevendo acqua pulita in quantità e qualità sufficienti ai loro bisogni», ha detto Rik Bauer, responsabile salute pubblica dell’agenzia per lo sviluppo britannica Oxfam. «Dobbiamo ritenere che la popolazione stia bevendo acqua inquinata. I bacini e i pozzi d’acqua dolce verranno contaminati dalla salinità, le macerie, i cadaveri e le carcasse. Queste fonti d’acqua devono essere completamente ripulite». Ma Oxfam non ha personale sul posto. Sta ancora aspettando il permesso temporaneo per operare in questo paese dell’Asia sud-orientale, rinominato Myanmar dai leader della dittatura militare.
Oxfam ha avvertito che il bilancio dei morti potrebbe impennarsi rispetto alle cifre già alte registrate a seguito del disastro naturale del 3 maggio. «È probabile che almeno 100 mila persone siano morte nel ciclone, e ci sono tutti gli elementi per una catastrofe sanitaria, che potrebbe moltiplicare il bilancio delle vittime fino a 15 volte nel prossimo periodo», ha dichiarato domenica scorsa Sarah Ireland, direttrice regionale di Oxfam per l’Asia orientale. Ripercussioni tanto gravi verranno inevitabilmente attribuite alla giunta. «Nello tsunami del giorno di Santo Stefano, 250 mila persone avevano perso la vita nelle primissime ore della tragedia, ma non c’era stata diffusione di malattie, perché i governi ospiti e il mondo si erano mobilitati con un massiccio intervento di aiuti umanitari per impedirlo. Dobbiamo fare lo stesso per il popolo del Myanmar», ha aggiunto Ireland.
Preoccupazioni sulla mancanza di acqua pulita nel devastato delta dell’Irrawassy sono state espresse anche da World Vision, l’ente di assistenza cristiano che è una delle sole tre agenzie cui la giunta ha permesso di intervenire con i soccorsi. «Temiamo che migliaia di persone stiano bevendo acqua contaminata», ha detto James East, direttore regionale per l’informazione dell’ufficio Asia-Pacifico di World Vision. «Normalmente, nelle situazioni post-disastro, dobbiamo trovare acqua pulita per le vittime molto presto–ha dichiarato–Altrimenti, la popolazione può venire subito colpita da diarrea, dissenteria o colera». Oggi, World Vision opera nei pressi di Myaung Mya, una cittadina a 50 chilometri da Labutta, un comune sul delta tra i più colpiti dal ciclone. Qui sono stati predisposti 26 rifugi, che hanno già accolto 30 mila vittime accorse disperate in cerca di acqua, cibo e assistenza sanitaria.
L’Unicef, che ha avuto il via libera dalla giunta per gli aiuti alle vittime del ciclone, ha già procurato tre milioni di pastiglie per la purificazione dell’acqua per aiutare i più vulnerabili, i bambini. Arrivate con un aereo carico di altri rifornimenti d’emergenza, sono «sufficienti per i bisogni di 200 mila persone per una settimana–ha dichiarato l’agenzia Onu–Con molte strade ancora bloccate dalle macerie e dagli alberi caduti, distribuire le pastiglie è più rapido e più pratico che tentare di distribuire grandi quantità di acqua con equipaggiamenti portatili». Ma l’Unicef ha già ammesso che sarà una corsa contro il tempo, visto che secondo gli esperti sanitari nel paese «il 20 per cento dei bambini nelle aree più colpite è già affetto da diarrea, e si parla anche di casi di malaria».
Gli osservatori birmani non sembrano troppo sorpresi dalla palese negligenza della giunta nel fornire aiuti a milioni di birmani colpiti da questo disastro naturale. Casi analoghi di lentezza nella risposta e di depistaggio degli aiuti internazionali si sono già verificati in passato.
Nel maggio 2004, per esempio, la giunta «aveva aspettato 10 giorni prima di parlare pubblicamente del ciclone del 19 maggio 2004 nello stato di Arakan », dichiara Altsean, un gruppo di lobby per i diritti umani del sud-est asiatico.
Storie di questo tipo si ritrovano nei racconti che filtrano dalla Birmania, rivelando l’atteggiamento indifferente del regime di fronte all’ultimo disastro. Uno di questi racconta di un ministro di governo in visita in un’area colpita sul delta, lungo una parte del fiume sommersa di cadaveri decomposti, carcasse di mucche, cani e maiali. Alla domanda dei funzionari locali sulle intenzioni del governo di ripulire la sorgente il ministro sembra abbia esclamato arcigno: «Non ci riguarda–aggiungendo poi–i pesci mangeranno la carne e le ossa andranno a finire in fondo al fiume».






