In Pennsylvanya Hillary Clinton ha giocato la carta iraniana. In affanno nonostante l’ottimismo ostentato, Clinton ha risposto minacciosa alla domanda di un giornalista: «Che succede se l’Iran attacca con armi nucleari Israele?» «Se fossi presidente, attaccheremmo l’Iran e saremmo in grado di annichilirlo completamente». Il verbo annichilire evoca immediatamente una ritorsione nucleare. Non c’era alcun bisogno di una tale dichiarazione di guerra preventiva, se non per corteggiare l’elettorato ebraico più di destra, che sembra propendere, in caso d’emergenza, per McCain proprio per le maggiori «garanzie» sul piano internazionale offerte dal candidato repubblicano. Che, in effetti, non avrebbe potuto dire di peggio a proposito dell’Iran, se non che mai e poi mai, da presidente, avrebbe consentito a Teheran di arrivare ad avere armi nucleari.
Secondo questa linea di ragionamento, Obama, che ha votato contro la guerra in Iraq, sarebbe un presidente troppo debole in caso di escalation. La domanda del giornalista–e la risposta di Clinton–indicano peraltro che in una parte dei democratici ha fatto breccia la retorica di Bush sull’Iran, anche se è tutt’altro che certo che Teheran si stia dotando o voglia dotarsi di armi nucleari. Sarà pure retorica da campagna elettorale, ma è preoccupante. Perché segnala che in fondo–oltre l’iperbole della risposta assurda a una domanda strumentale–che nella verve presidenziale di Hillary si annida lo stesso spirito di Bill, quello della guerra contro la Serbia, delle no-fly zones, dell’embargo e dei bombardamenti di Desert fox contro l’Iraq. Per un eventuale cambiamento di rotta della politica estera statunitense, Obama offre qualche speranza in più. Clinton e McCain hanno già l’elmetto.
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