Si vota in Venezuela la Costituzione di Chavez

Le dimissioni del generale Raul Isaias Baduel dall’incarico di ministro della difesa, nel luglio scorso, sono state un segnale del fatto che le divergenze, nel progetto bolivariano, non riguardano questioni di sfumature. Nelle settimane successive, diversi intellettuali e dirigenti politici che avevano appoggiato il processo guidato da Hugo Chavez hanno marcato la propria distanza rispetto alla riforma costituzionale. Parallelamente, il movimento studentesco, emerso in difesa del canale televisivo Rctv, ha fatto molte manifestazioni contro la riforma. Si tratta di un nuovo attore sociale che non dovrebbe essere identificato con la classica opposizione di destra a Chavez. E ancora, il governo mantiene relazioni tese con la Colombia e con la Spagna. Sembrano troppi fronti aperti, in un momento molto delicato per Chavez.
Baduel è stato in silenzio dal giorno della sua uscita dal governo fino al 5 novembre, a meno di un mese dal referendum. In quella occasione ha chiesto di votare contro la riforma per evitare «un colpo di stato». La risposta del governo è stata l’accusa di «tradimento». Baduel, però, non è un uomo di destra, né fa parte dell’opposizione, anzi è sempre stato un difensore del processo bolivariano. Ha giocato un ruolo decisivo nel frenare e sconfiggere il golpe contro Chavez dell’aprile del 2002. Heinz Dietrich, sociologo tedesco che vive in Messico, lo descrive come un militare onesto e uno degli uomini più popolari del governo Chavez: E’ un uomo che agisce per convinzione e non per convenienza e perciò ha contrastato il golpe dell’11 aprile, nonostante il fatto che i golpisti volevano convincerlo a collaborare».
Da ciò che sembra, la rottura di Baduel con il processo bolivariano è legata alla fiacca lotta contro la corruzione, alla crisi economica, alla discrezionalità dell’uso dei fondi della Pdvsa e alla mancanza di definizione degli aspetti istituzionali del «socialismo del XXI secolo». Secondo Dietrich, che non solo appoggia il processo bolivariano ma che si può considerare amico di Chavez, la posizione di Baduel lo porta a occupare il centro politico dove si stanno collocando i «bolivariani disillusi». Il sociologo sostiene che la situazione è molto grave. Solo se Chavez vince il referendum con più del 63 per cento riuscirà a stabilizzare il suo progetto. Ma se vince con meno del 60 per cento sarebbe «una sconfitta relativa che metterebbe in serio pericolo la governabilità». Se ottiene meno del 50 per cento sarebbe «una sconfitta assoluta» che lo costringerebbe a convocare nuove elezioni. Da questo ragionamento, Dietrich ha proposto un accordo tra Chavez e Baduel, perché «la sconfitta del processo bolivariano frenerebbe l’integrazione regionale». La sua lettura segnala che «il modello attuale ha una serie di debolezze strutturali che possono portare alla crisi nel prossimo anno, soprattutto per la situazione economica e per la mancanza di dialettica negli organismi di governo». Questa analisi assume che Chavez non ha la forza per vincere il referendum in modo convincente e per mantenere la governabilità nel futuro immediato. E’ una posizione favorevole a Chavez ma «realista», che ricorda che nelle elezioni del dicembre 2006, vinte con ampio margine da Chavez, «si sognava di avere 10 milioni di voti e con tutto il potere dello stato e del presidente, si è arrivati a 7,5».

In questi giorni vari intellettuali legati al processo bolivariano si sono pronunciati contro la riforma costituzionale. Il professore Edgardo Lander sostiene che non c’è stato né il tempo né la volontà di discutere la riforma, il che «mette a rischio la società futura che si vuole costruire». Per questo si sarebbe dovuto convocare un’assemblea costituente, passo che il governo si è sempre rifiutato di fare. Peggio ancora: l’opzione manichea tra chavismo e antichavismo costruita dal governo non fa altro che etichettare come «infiltrati» o «controrivoluzionari» quelli che «esprimono disaccordo con qualche aspetto della riforma». Una delle critiche più serie rileva che si punta a trasformare le organizzazioni popolari, come i consigli comunali, in organi dello stato. Ciò suppone, secondo Lander, che «ben lontano da dare più potere ai consigli e contribuire a rafforzare l’organizzazione popolare autonoma, si potrà operare con un meccanismo di cooptazione e controllo dall’alto». Questa realtà, vissuta durante il «socialismo del XX secolo», mette a rischio «l’esistenza di spazi autonomi non sottomessi alla logica dello stato, spazi autonomi che, come la storia ha dimostrato, sono una condizione necessaria della democrazia, non solo di quella liberale, ma anche di una democrazia radicale».
Da un altro lato, la cosiddetta «nuova geometria del potere» che si costruirà in base ai consigli comunali, sembra indicare che «il processo di costruzione del nuovo stato e della nuova democrazia socialista, si caratterizzerebbe per una struttura piramidale, dal basso verso l’alto». Questo modello negherebbe la rappresentazione proporzionale e l’espressione delle minoranze, così come la possibilità di formulare nuove proposte politiche. Lander assicura che in molti consigli comunali si tende a una pratica settaria che permette la partecipazione dei soli chavisti. In somma, non è chiaro che società si voglia, in che consista il socialismo del XXI secolo, né che tipo di stato si voglia costruire. Lander crede che esista una tendenza alla concentrazione del potere e per questo è deciso a votare no, a differenza di Dietrich che nonostante i suoi distinguo, preferisce il sì. Per quanto si basino su considerazioni differenti, le due analisi coincidono sul futuro immediato. Dietrich sostiene che «tanto il sì come il no sono soluzioni deficitarie, e vinca chi vinca rimarrà un campo minato nel futuro del Venezuela». Lander spiega il suo voto negativo perché «da una sconfitta il governo potrebbe riprendersi, visto che è fresco l’appoggio ricevuto nelle ultime elezioni, ma non si potrebbe riprendere dal nuovo disegno costituzionale». Una terza opzione è quella del viceministro della Pianificazione e dello sviluppo Roland Denis. Per quanto si definisca libertario, Denis appoggia il processo bolivariano nonostante le sue profonde differenze con Chavez. «Non voto né per il sì né per il no, semplicemente non voto, perché si tratta di una riforma o di un nuovo formato di stato ‘socialista’ dove non c’è nemmeno una briciola del popolo riflessivo e operoso». La storica Margarita Lopez Maya, studiosa dei movimenti sociali del suo paese, pronostica turbolenze in caso di approvazione della riforma. «Voler forzare senza persuadere, trattare e in definitiva senza fare il gioco che corrisponde a questo tipo di cambiamenti, si traduce in ingovernabilità». Però, aggiunge, «in Venezuela non c’è chi possa canalizzare il malcontento». Secondo Maya, Chavez ha avuto una vittoria schiacciante un anno fa e ha cercato di approfittare del vento favorevole per promuovere dei cambiamenti strutturali, ma senza dare il tempo alla popolazione di riflettere e discuterne. I cambiamenti che propone suppongono una nuova struttura dello stato che sottrae potere alle regioni e ai municipi. Cambiamenti tanto profondi avrebbero meritato un dibattito ampio e approfondito. Ancor di più perché, secondo Maya Lopez, in Venezuela si registra «una confusione tra stato, governo, partito, consigli comunali e misiones. Si usano tutte le strutture dello stato per il Psuv [il partito di Chavez, ndr], si tolgono persone alle misiones per passarle al Psuv, si usano soldi pubblici per la campagna referendaria. Dietro queste pratiche c’è l’idea che popolo e stato siano una cosa sola, un principio del socialismo del XX secolo che è fallito completamente e che, a mio modo di vedere, si sta ripetendo». I sostenitori di Cahevz dicono che si tratta di fare un salto che impedisca il «ritorno» alla situazione precedente e che assicuri un cammino che non possa essere distorto dalla pressione dell’amministrazione Bush. E questo giustificherebbe anche l’aumento delle funzioni delle Forze armate, previsto nella nuova costituzione. Altri sostengono che le difficoltà di Chavez provengono dall’inevitabile esplosione della bolla della rendita petrolifera e degli sprechi del progetto rivoluzionario. Per la storica venezuelana, il cosiddetto «socialismo del secolo XXI» è solo una scusa per un progetto che va acquisendo forza e di cui poco si parla, centrato su Chavez: «Il progetto nazionalista di essere una media potenza, con influenza sui Caraibi e l’America del sud, per il quale Chavez sta organizzando un Potere popolare che lo sostenga, un territorio centralizzato, con risorse e forze armate sotto il suo controllo». Per un progetto di questo tipo, la democrazia è un fastidio che può intorpidire i piani per trasformare il Venezuela in un «Iran sudamericano». Perciò colpisce che alcuni intellettuali famosi non vogliano vedere i pericoli e i problemi di questa politica. Slavoj Zizek ricorre agli insulti. «Hugo Chavez anziché resistere al potere dello stato, se ne è impossessato, usando il potere dello stato per i suoi propri fini», ha detto Zizek. Di conseguenza, difende il partito unico e la militarizzazione dei quartieri di Caracas. Secondo Zizek, bisogna appoggiare questo processo, e sarebbe un errore non prendere lo stato, come cercano di fare gli zapatisti. «Una ritirata non farebbe di Chavez una nuova versione del Subcomandante Marcos, che molti nella sinistra messicana ora chiamano subcommediante Marcos?». Nella storia del movimento socialista è diventato un imperativo etico che gli intellettuali debbano criticare chi sta in alto e accompagnare chi sta in basso, oltre i loro possibili errori. Il processo venezuelano sta mostrando, una volta di più, che per molti non è facile combinare l’etica con la politica.

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