Il vento secessionista che soffia da est

Le proteste contro la bozza di costituzione approvata nei giorni scorsi a Sucre, con il solo voto dei costituenti del Movimento al socialismo [il partito del presidente Evo Morales] sono ben lontane dall’essere finite. I movimenti delle destre, contrarie al governo di Morales, hanno deciso di rilanciare. Giovedì in sei delle nove province boliviane ci sarà uno sciopero generale contro la nuova costituzione e contro il governo.
L’epicentro della protesta è ancora una volta la città di Santa Cruz, nell’oriente del paese, la più ricca e la più bianca delle città boliviane. Martedì 27, davanti a centinaia di persone, uno dei leader del locale «movimento civico», Branco Marinkovic, ha parlato di «sacrifici necessari» a conquistare l’autonomia regionale. L’autonomia cui pensa Marinkovic è in realtà parente prossima dell’indipendenza, che è il sogno delle oligarchie terriere di Santa Cruz tirato fuori dal cassetto all’inizio degli anni duemila, quando è iniziata l’onda lunga dei movimenti sociali e indigeni sulla cui cresta Morales nel 2005 è riuscito a conquistare la presidenza del paese. Marinkovic, che è uno dei più grandi proprietari terrieri della Bolivia ha elencato alcuni dei punti della sua «autonomia»: controllo dell’immigrazione interna dall’altopiano povero e indigeno verso la pianura tropicale dove sorge Santa Cruz, che guarda più al Brasile che a La Paz; autodeterminazione e controllo regionale sulle tasse e sulle risorse di gas naturale, la principale ricchezza della Bolivia, che sono collocate nelle province orientali di Tarija e Pando, politicamente affini a Santa Cruz. Non è chiaro ancora quali siano i «sacrifici» chiesti da Marinkovic, ma si potrebbe andare da ritorsioni economiche contro il governo centrale fino a vere e proprie prove di forza, come quella accaduta qualche settimana fa, quando i «civicos» cercarono di assumere il controllo dell’aeroporto internazionale di Santa Cruz. Altre proteste simili sono state programmate per mercoledì nelle altre province «autonomiste» di Beni, Chiquisaca e Cochabamba. In realtà, a guidare i movimenti contro Morales sono soprattutto i vertici dei governi provinciali, controllati dai partiti delle destre liberiste.
A Cochabamba, per esempio, i movimenti sociali locali – legati ai contadini e alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, sette anni fa – sono contrari alla richiesta di autonomia, pur essendo stati molto critici verso il governo Morales. La principale colpa politica del governo, secondo loro, è di aver legittimato i movimenti dei «civicos» e dei partiti dell’oligarchia cercando con loro un accordo per la nuova costituzione che invece, secondo i movimenti sociali, avrebbe dovuto essere scritta da un’assemblea costituente senza i partiti. Morales, da parte sua, ha partecipato martedì a La Paz a una marcia di contadini senza terra, che appoggiano i piani di riforma agraria presentati dal governo alcuni mesi fa. Il piano prevede la distribuzione delle terre incolte, delle terre demaniali abbandonate e di quelle che i proprietari terrieri hanno avuto illegalmente durante la dittatura. Marinkovic e molti altri leader dei movimenti «autonomisti» hanno molto da perdere.
Lo scontro politico scatenato dalla disputa sull’assemblea costituente e su altre questioni minori [come lo spostamento della capitale da La Paz a Sucre, chiesto dai movimenti «autonomisti»] nasconde e rivela una frattura ben più profonda e difficile da sanare. La Bolivia, divisa tra l’Altopiano occidentale a maggioranza indigena e l’Oriente pianeggiante controllato dai bianchi, rischia di esplodere in modi ben più gravi e dolorosi. Il progetto politico di Evo Morales, in parte sostenuto dai movimenti sociali e indigeni, ha suscitato l’arroccamento dell’oligarchia bianca attorno ai propri privilegi storici, politici ed economici. E’ difficile dire fin dove i «civicos» di Santa Cruz saranno disposti ad arrivare per difenderli e se nei «sacrifici» chiesti da Marinkovic ci sarà anche quello del sangue.

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