Corruzione e clientelismo nelle elezioni argentine

L’abbandono e la miseria sono fango e tetti di lamiera arrugginita, sterpaglie che spuntano dalle strade melmose, casupole dai muri diroccati, coperte da cartoni e teli di plastica, unico riparo dalla pioggia. Sono le vecchie insegne scritte a mano ormai quasi cancellate, Comedor comunitario, Quiosco, Pizzeria, e di tanto in tanto il sordo scalpiccio di un cavallo, i cartoneros tornano a casa con il loro carretto di roba vecchia. Ad di là d’una inferriata scrostata e corrosa dal tempo i panni stesi ad asciugare si muovono dolcemente al vento del pomeriggio, unica nota d’allegria nel desolato silenzio del paesaggio. La Matanza è il distretto più popoloso di tutta la cintura urbana di Buenos Aires: due milioni di abitanti, a sud ovest della capitale. Dopo averlo La statale è una striscia nuda d’asfalto e un inferno di capannoni industriali abbandonati, magazzini e negozi all’ingrosso di materiali da costruzione e ricambi per auto, stazioni di servizio, gli stock di pneumatici invadono i marciapiedi, dappertutto insegne gigantesche e logore s’appropriano dello spazio tra il via vai degli autobus e dei camion che vanno e vengono dalla capitale. I muri sono tappezzati da manifesti e striscioni elettorali.

Mancano due giorni alle presidenziali e la periferia di Buenos Aires, che concentra il 23 per cento dei votanti a livello nazionale, può determinarne l’esito. Anche qui il fronte kirchnerista [Frente para la victoria] è sceso in campo reclutando fra le sue liste la vecchia nomenclatura del partito Justicialista [peronista] e i settori più conservatori del radicalismo, uomini di potere cui è affidato il controllo politico e clientelare del territorio, e limitando notevolmente la presenza delle organizzazioni sociali, anche di quelle che pure hanno collaborato con l’ultimo governo. È il caso dell’associazione «Barrios de pie» il cui leader, Jorge Ceballos, aveva intenzione di candidarsi a sindaco de La Matanza. Ma gli uomini forti della Provincia di Buenos Aires glielo hanno impedito. Per protesta si è dimesso dall’incarico di funzionario presso il Ministero dello sviluppo sociale diretto dalla sorella del presidente in carica, Alicia Kirchner. Altre associazioni favorevoli al governo, come la «Federación de tierra y vivienda [Ftv] guidata dal dirigente piquetero Luís D’Elia, «Movimiento Evita», «Frente Transversal», sono riuscite a presentare qualche candidatura in appoggio alle candidature legate all’aspirante presidentessa Cristina Kirchner, ma è ormai chiaro che l’appuntamento elettorale sta mettendo a nudo le finalità e i limiti della politica di cooptazione del governo di Nestor Kirchner nei confronti dei movimenti sociali protagonisti delle grandi mobilitazioni del 2001/2002.
«In quella fase il protagonismo dei settori popolari, cresciuto nello scontro con l’esperienza dello stato neoliberista negli anni ’90, sembrava essere il segno distintivo del nuovo corso. Ma non disponendo di strumenti politici per intervenire in modo autonomo nella soluzione della crisi, quei settori finirono per legittimare il governo Kirchner nato dalle elezioni del 2003 che fu in realtà il risultato di un processo di riadeguamento del vecchio sistema istituzionale e del potere economico», afferma Claudio Lozano, primo candidato a deputato nazionale nella Lista Proyecto Sur, una nuova coalizione di forze politiche, sociali e sindacali di sinistra che appoggia la candidatura a Presidente del regista ed ex deputato Pino Solanas. «Questa contraddizione originaria si è resa sempre più evidente nel corso della legislatura e ha finito col togliere spazio alla società».
Il riflusso dei movimenti viene imputato anzitutto alla politica di cooptazione messa in atto dal governo. Juan Carlos Alderete, leader di uno dei maggiori gruppi di piqueteros, La Corriente clasista y combativa [Ccc], non ha dubbi: «Il governo ha provato a cooptare, cioè a comprare, la nostra associazione, come ha fatto con molte altre. Il presidente mi invitava sul palco ufficiale quando c’era da inaugurare opere pubbliche. La mia presenza doveva essere un invito alla riconciliazione. Ma i problemi di fondo non sono mai stati risolti. Per questo non abbiamo accettato di far parte del governo». Questo non ha impedito alla Ccc di essere tra i gruppi destinatari di sussidi di disoccupazione [su un totale complessivo di 2.200.000 sussidi mensili, la Ccc ne ebbe a disposizione 50 mila da distribuire fra i propri militanti, oggi ne ha 25 mila su 1.400.000], e tra quelli intestatari di cooperative edili finanziate dallo Stato e destinate a occupare manodopera disoccupata [inizialmente la Ccc ne ebbe 15 su un totale di 60. Oggi ne sono rimaste 25 di cui 10 gestite dalla Ccc]. Ma appare ormai evidente che la politica dei sussidi da un lato e la presenza di alcuni dirigenti popolari nel ministero per lo sviluppo sociale dall’altro hanno di fatto limitato l’autonomia dei movimenti ingabbiandoli in un rapporto di tipo clientelare e di subordinazione rispetto alle scelte del governo. In alcuni casi ciò ha generato una profonda crisi interna. A ciò bisogna aggiungere che il parziale miglioramento dello scenario economico ha di fatto contribuito a generare un contenimento del conflitto e a rompere il vincolo congiunturale tra classi medie e ceti popolari creatosi nel 2001.
La rinuncia, da parte del governo Kirchner, ad avanzare sul terreno della democratizzazione si è resa evidente anche sul piano delle relazioni con i sindacati. L’accordo privilegiato con la Confederación general del trabajo [Cgt], e con il suo potente segretario generale Hugo Moyano, rilanciato anche in questi ultimi giorni di campagna come vincolo organico per intervenire nel conflitto sociale, pone un forte limite alla democratizzazione nel mondo del lavoro. Secondo la legge argentina può esistere un solo sindacato riconosciuto dal governo per ogni categoria. Nel ’96 dopo quattro anni di manifestazioni popolari, e in opposizione alla Cgt, è stata creata una nuova centrale sindacale la Central de Trabajadores de la Argentina, Cta, che conta oggi 1.300.000 iscritti ma alla quale nessun governo ha ancora riconosciuto diritto di rappresentanza. «Questo implica l’impossibilità per i lavoratori di dare vita a un nuovo sindacato qualora nel settore ne esista già un altro. E se tentano di farlo, lo pagano con il licenziamento» spiega Claudio Lozano. «Oltre a ciò, solo nel 12 per cento delle imprese private esistono commissioni interne funzionanti. I sindacati esistenti, e soprattutto quelli legati alla Cgt, siglano gli accordi contrattuali con le Camere padronali in cambio della garanzia che non vengano eletti delegati all’interno dei singoli stabilimenti».
Nelle zone più povere della periferia di Buenos Aires, feudo tradizionale del peronismo, presenza sociale e militanza politica spesso si identificano. I candidati locali hanno i loro referenti nei quartieri, cittadini privi di mezzi economici che collaborano attivamente alle numerose iniziative della solidarietà, mense comunitarie, asili, scuole, e che hanno il compito di distribuire i sussidi di disoccupazione tra le famiglie bisognose. Qui non ci sono carte né burocrazia, il vincolo passa per i lunghi anni di amicizia e di vita sofferta in comune, ma ovviamente si chiedono in cambio la militanza e il voto. Inoltre per ogni presenza ad una manifestazione elettorale si possono ricevere dai 15 ai 50 pesos [12 euro] e un panino.
A metà agosto, nella provincia de La Rioja, a pochi giorni dalle elezioni locali, i candidati a governatore e a sindaco del capoluogo per il partito filogovernativo distribuivano in forma di aiuti dai 100 ai 490 pesos a chi si presentasse munito di carta d’identità.

Il superamento della crisi economica del 2001/2002, l’apertura a politiche di integrazione regionale latinoamericana e l’appoggio dato alla difesa dei diritti umani con l’annullamento delle leggi di impunità e l’avvio dei processi ai militari dell’ultima dittatura sono sicuramente tra i meriti che gran parte della popolazione riconosce all’ultimo governo. Ma la mancata democratizzazione e il nuovo peggioramento della situazione economica stanno riaprendo il dibattito politico.
In questo ultimo semestre per la prima volta dalla crisi del 2001 non si è registrata una diminuzione della povertà. Il forte rialzo dei prezzi comincia ad annullare l’effetto positivo della crescita sui settori sociali di minor reddito. Stime non ufficiali rivelano che il 34-35 per cento della popolazione si trova in una situazione di povertà o indigenza, mentre i lavoratori, nonostante l’abbassamento del tasso di disoccupazione al 10 per cento, risultano molto indeboliti dalla diffusione di impieghi precari e di pura sopravvivenza nonché dalla forte presenza di lavoro in nero [40 per cento]. La struttura economica del paese non ha subito cambiamenti sostanziali, mentre l’ultima mossa lanciata in chiusura di campagna, l’eliminazione della tassa patrimoniale per i redditi inferiori ai 300 mila pesos, potrebbe contribuire a migliorare la performance elettorale di Cristina Kirchner tra i ceti medi.
Intanto molti segnali sembrano indicare la ripresa dei conflitti sociali. All’inizio di quest’anno i docenti delle Province di Neuquén e di Santa Cruz hanno scioperato e manifestato per due mesi in difesa della scuola pubblica e dei loro diritti. La morte del maestro Carlos Fuentealba, ucciso a bruciapelo dalla polizia, ha macchiato di sangue e di indignazione la loro protesta. Il governatore di Neuquén, Jorge Sobisch, che aveva dato l’ordine della repressione, non solo non è stato posto sotto inchiesta nonostante le denunce delle organizzazioni sociali, ma si presenta come candidato a Presidente della Repubblica.
L’Assemblea di Gualeguaychú [Asamblea ambientalista y ciudadana de Gualeguaychú] contro la costruzione delle fabbriche di cellulosa sul Fiume Uruguay, che resiste da due anni, e i numerosi movimenti di contadini e popoli originari che stanno lottando in tutto il paese contro imprese di agrobusiness, petrolifere e minerarie responsabili della concentrazione delle terre e dell’inquinamento ambientale sono altrettanti esempi di proteste sociali che nascono dai territori e che stanno cercando nuove forme di espressione politica.

Tags assegnati a questo articolo: Argentina, movimenti

Mail_long
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clandestino clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni Enel energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia