Un dibattito a Ferrara, nell'ambito del Festival di Internazionale dal titolo "Oltre la censura, l'informazione nell'era dei blog" è stato l'occasione per fare il punto su libertà e informazione al tempo di Internet in Cina. Ospiti Pierre Haski e Cai Chongguo
Internet e Cina sono spesso state rappresentate dai media occidentali, negli ultimi anni, come un binomio difficile. Notizie di censure, persecuzioni, controllo sociale si sono susseguite ad altre di natura economica. Infatti con i suoi 140 milioni di utenti, secondo solo agli Usa, ma primo per quanto riguarda le telecomunicazioni, il gigante asiatico da diversi anni ormai è diventato un mercato appetibile per le multinazionali high tech che sono sbarcate lì sperando di fare affari. Business, certo, eppure non sempre pulito come hanno dimostrato alcune cronache che hanno riguardato aziende come Yahoo, Microsoft o Google.
Una occasione interessante per approfondire meglio il tema è stata offerta ieri dal seminario “Oltre la censura, l’informazione nell’era dei blog” nell’ambito del festival del settimanale “Internazionale” che si sta svolgendo in questi giorni a Ferrara. Di fronte ad una platea attenta e giovanissima i due relatori, Pierre Haski e Cai Chongguo, hanno potuto dare una testimonianza di prima mano sulle trasformazioni in atto in Cina. Il primo come autore francese del blog Rue89 che da cinque anni prova a dare spazio alla dissidenza cinese perennemente oscurato dalle autorità, il secondo da dissidente che oggi vive a Parigi ed è corrispondente dall’europa del China Labour Boulletin, periodico sui diritti dei lavoratori cinesi.
“La questione internet in Cina – spiega Haski – può riassumere tutta la questione cinese. Ovvero il problema di una gestione politica della transizione negli ultimi vent’anni. Dieci anni fa per Shangai c’erano enormi cartelli pubblicitari per promuovere l’accesso a internet. Un obiettivo perseguito dai dirigenti per modernizzare il paese ma che ha anche aperto strade di libertà rispetto ad una informazione da sempre controllata per controllare i pensieri della gente. Su questo campo si gioca una bttaglia sotterranea tra chi utilizza questa tecnologia per liberarsi ed il potere che vuole mantenere un controllo. Per questo, per esempio, i regolamenti cambiano ogni sei mesi perché vengono costantemente aggirati”. E come in tutte le battaglie non sono mancati i momenti determinanti. “Nel 2003 a Canton, nel Sud del paese, un ragazzo che usciva a tarda sera da un internet point fu trovato morto la mattina dopo a seguito di un controllo della polizia. L’indomani ne scrisse un giornale locale ed una professoressa universitaria mandò un commento indignato. Il giornale rispose che per la censura non avrebbe potuto pubblicarlo e quindi venne messo in internet dove in poche ore attirò l’attenzione di tutto il paese. Le autorità locali, allora, furono costrette a occuparsi del caso rintracciando l’autore dell’omicidio, che venne giustiziato. Ma anche incarcerando due redattori e incrementando i controlli sul giornale che, però, pubblicò altre storie di questo tipo. Perfino il direttore fu arrestato e rilasciato dopo che una petizione fu fatta girare in Internet ottenendo l’appoggio di alcuni dirigenti del partito in pensione che gli avevano scritto «caro compagno, grazie per quello che stai facendo anche se stai sbagliano». Di fronte ai suoi giornalisti aveva detto «Dopo la storia del ragazzo siamo stati accusati, anche se tutti sanno di questa storia a Canton. Siamo pronti a soffrire le ingiustizie per cercare verità e bellezza. Siamo ancora giovani e andremo avanti. Non moriremo come i vecchi». Internet per la prima volta aveva modificato il corso della storia in Cina”
E parlando di storia non potevano non tornare alla mente le immagini di Piazza Tien A Men. Un ricordo particolare per Cai Chongguo, allora tra gli studenti. “Nell’89 non c’era intenet ma gli anni ottanta erano un buon momento per i giovani. I giornali erano forse piu aperti di oggi. C’erano riformatori tra i dirigenti, oggi sono tutti conservatori. In quel momento abbiamo creato il nostro giornale, oggi sarebbe piu difficile. Anche perché prima lo stato si occupa di pagarti gli studi e trovarti un lavoro. Oggi le tasse scolastiche sono l’equivalente di vent’anni di reddito di un contadino, e tre di un lavoratore in città. Per questo sono precari, non si interessano più di politica, ma hanno i blog. Negli ultimi anni ne sono nati 50 milioni, gestiti soprattutto da giovani, per parlare tra di loro, con i loro amici e della loro vita. Internet permette una nuova possibilità di espressione mai conosciuta ed il desiderio di raccontarsi. Da lì nasce la coscienza perché in Cina l’assenza di democrazia è così naturale che non scandalizza nessuno. Ma quando su un blog, dove parlo della mia vita, un giorno provo a raccontare, indignato, la storia di un funzionario corrotto e scopro che mi hanno censurato, allora capisco sulla mia pelle la forza del regime e comincio a prendere coscienza”. Eppure 50 milioni di blog sono tanti da controllare. "La polizia – continua Chongguo – usa decine di migliaia di persone che controllano il web tutti i giorni. Ci sono anche centri di denuncia e vengono incoraggiate le persone a utilizzarli. E poi ci sono i modi indiretti. Se un webmaster (il responsabile tecnico di un sito o un forum, ndr) non censura un intervento rischia l’arresto. Per questo i cinesi adottano strategie di comunicazione: per esempio non si può dire 4 giugno, allora in internet scrivono «due più due giugno» o «il 4 del mese precedente a giugno».
Ma spesso una sponda alla censura viene offerta proprio dalle imprese che si occupa di servizi internet. Sia locali che internazionali, come ha descritto Amnesty International nel dossier La rete che cattura–Il ruolo di Yahoo!, Microsoft e Google nelle violazioni dei diritti umani in Cina uscito quest’anno a seguito della campagna Irrepressible. E i casi clamorosi non mancano. “Per esempio – racconta Hanski – quello di un caporedattore di un giornale cinese che nel quindicesimo anniversario di Piazza Tien A Men ha mandato un mail negli Stati Uniti descrivendo le prescrizioni delle autorià cinesi per non parlarne sulla stampa. Qualche tempo dopo fu arrestato e Yahoo ha fornito le prove necessarie per mandarlo in prigione. Ora la famiglia ha fatto causa all’azienda statunitense. Tutte le aziende devono adattarsi al volere delle autorità. Se in Cina si digita «Tien A Men» su google, appaiono bellissime foto della piazza, non quella famosa in tutto il mondo del ragazzo che ferma un carrarmato”. Ma i livelli di repressione possono essere ancora più capillari. “Sono gli stessi gestori degli internet caffè che devono censurare. Le memorie dei loro computer vengono scansionate periodicamente e se la polizia trova traccia di qualche sito proibito vengono arrestati”. “E questo spiega – continua Chongguo- come si riesce a controllare 150 milioni di persone. Ognuno lo fa nel suo piccolo. Qualche tempo fa nella città di Cilan una ragazza scrisse sul suo blog che in seguito ad un uragano erano morte cinquanta persone. Fu subito arrestata perché l’internetnauta in Cina deve sapere che se visita un sito proibito e scrive cose non gradite può avere visite della polizia. Il problema è che spesso sono uomini di affari occidentali che collaborano con la repressione pur di sfruttare la situazione economica in Cina. Come nel caso dei giocattoli della Mattel. Erano prodotti da noi da operai che lavoravano 14 o 15 ore senza assistenza sanitaria. Però erano progettati negli USA”
Eppure la questione rimane: internet è uno strumento di liberazione o di oppressione? “Per le autorità cinesi – racconta Hanski – è stato un modo di modernizzare il paese. Ma anche un modo per capire cosa pensa davvero la gente su problemi reali, quelli di cui per censura non parlano i media ufficiali, prima che portino a sollevazioni. Per esempio in questi giorni i giornali non parlano di Birmania, mentre i blog sono pieni di commenti che simpatizzano con i manifestanti di Rangun. Ci sono altri esempi: una fabbrica petrolchimica nel Sud del paese è stata fermata grazie al tam tam di internet e sms. Lo sfruttamento di giovani operai a Shan Ki è stato denunciato da una lettera dei genitori pubblicata in Internet che ha smosso l’intervento delle autorità. E poi c’è stato il caso famoso di un’anziana signora che non voleva accettare un risarcimento irrisorio per andare via da una casa che sarebbe stata abbattuta per far posto ad un nuovo quartiere. La denuncia via internet e le foto costrinsero le autorità ad un equo indennizzo. Il problema è che il governo pensa di utilizzare questi strumenti per controllare le informazioni, ma quello che accade nella testa delle persone è un fenomeno nuovo”. D’altra parte bisogna considerare il contesto. “Il media di stato è soprattutto la Tv. Durante l’11 Settembre ero ospite di un funzionario a cena. Per il fuso le immagini furono diffuse solo in serata e potemmo vederle solo perché aveva la tv via cavo Phonex, metà di Murdoch e metà di imprenditori cinesi. Il resto della popolazione non ebbe informazioni fino a che le autorità, 4 ore dopo, non diffusero un comunicato di solidarietà. Ma il motivo era anche economico. A ottobre in Cina c’è una settimana di ferie nazionale, nel 2001 ci fu il picco di viaggi attraverso gli aerei. Il regime non voleva diffondere allarmi e infatti 4 giorni dopo l’11 Settembre emanò direttive affinché anche i giornali mettessero il tema nelle pagine interne. Insomma questi media servono al governo per tenere buona la maggior parte della popolazione ce sono soprattutto contadini emigrati in città. Alla classe media si dice che se vogliono continuare ad arricchirsi non devono porre problemi rispetto alle politiche del governo”. D’accordo anche Chongguo ma con qualche distinguo su Internet. “I cinesi dicono che sui giornali ci sono solo due cose vere: il meteo e la data. Ora si dice che non si può avere più fiducia neanche nel meteo perché per una legge in Cina se ci sono 40 gradi si può non andare a lavorare. E così i giornali anche quando ci sono 40 gradi scrivono, magari, che sono 38. In realtà le prime vittime della censura sono proprio i dirigenti che non leggono i giornali perché sono consapevoli delle bugie. E così, per esempio, i corrispondenti dei giornali cinesi da altri paesi scrivono due testi. Il primo destinato al pubblico ed il secondo dove raccontano la verità che verrà messo su giornali che verranno distribuiti solo ai dirigenti. Per questo sono conservatori, perché leggono delle catastrofi che succedono fuori. Anche le televisioni sono censurate. I cinesi non possono guardare CNN e Tele France perché le parabole sono proibite. Ci sono solo nei grandi alberghi riservati agli occidentali. In alcune parti della Cina arriva il segnale ma quando fanno vedere informazioni sgradite dal regime mandano altre cose o spot pubblicitari come quelli che fanno vedere che in Cina ci sono gli ospedali migliori del mondo. Quanto a Internet anche il governo si sta adeguando pagando gente che scrive nei forum di discussione commenti favorevoli ai dirigenti del partito sperando di poter, così, spostare le opinioni che i cinesi si fanno usando questo mezzo. Oppure si mettono foto con i nuovi armamenti dell’esercito per instillare paura. Insomma internet ha aspetti positivi e negativi. Ma la storia è sempre fatta dagli uomini e dalle donne. E se non si reagisce gli aspetti negativi saranno maggiori di quelli negativi”
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