L'ipocrisia globale sulla Birmania

Il movimento birmano per la democrazia non può aspettarsi alcun aiuto dai governi del mondo. Che preferiscono sostenere i generali e puntano alle risorse naturali birmane.

Mentre i militari birmani schiacciano brutalmente la rivolta popolare dei cittadini che chiedono democrazia, la domanda in molte teste è: cosa farà il mondo? Da ciò che si può vedere finora, la risposta è semplice: niente.
Niente, cioè, niente al di là delle solite condanne e dei pii appelli al «dialogo pacifico» e l’atteggiarsi a sostenitori del popolo birmano in ogni occasione internazionale. Niente più che mandare un inviato dell’Onu politicamente azzoppato per negoziare con i paranoici generali birmani. Negoziare cosa? I funerali per le vittime innocenti uccise come conigli nelle strade di Rangoon? E non è che non si potrebbe fare qualcosa. Per cominciare, che ne direste di togliere al regime militare illegale il seggio che occupa alle Nazioni Unite e restituirlo al governo democratico in esilio? Perché la Birmania deve continuare ad essere un membro dell’Asean e quindi, automaticamente, un membro dell’Asia-Europe Meeting [Asem]? Che ne direste di sanzioni internazionali sulle compagnie straniere che fanno affari in Birmania, comprese decine e decine di aziende occidentali, oltre a quelle asiatiche? Perché grandi compagnie petrolifere come la statunitense Chevron, la malese Petronas, la sudcoreana Daewoo o la francese Total possono continuare a essere coinvolte in Birmania senza subire le conseguenze del loro appoggio a una delle peggiori dittature del mondo?
La risposta a queste domande elementare è altrettanto elementare: le abbondanti risorse naturali della Birmania e le opportunità di investimento sono ciò che conta realmente. Nessun governo si interessa davvero per i cittadini birmani che lottano disperatamente contro un regime quasi-fascista, ma aperto alle imprese straniere anche se a prezzo di rinchiudere i propri cittadini.
Dopo il bagno di sangue in Birmania, il presidente francese Nicolas Sarkozy, per esempio, ha platealmente chiesto alle compagnie francesi di sospendere le proprie attività in Birmania. Ma subito dietro di lui, il ministro degli esteri Bernard Kouchner ha chiarito, comunque, che la Total non si sarebbe ritirata, perché sarebbe stata comunque rimpiazzata «dai cinesi».
Gordon Brown, il primo ministro britannico, ha anche espresso la sua «indignazione» contro il comportamento del governo birmano, ma è stato zitto a proposito delle aziende britanniche che allegramente investono in Birmania. Tra il 1988 e il 2004, aziende britanniche, ma con sede legale fuori dal territorio britannico, hanno investito in Birmania più di un miliardo e duecento milioni di sterline, facendo della Gran Bretagna il secondo più grande investitore in questo paese in teoria isolato.
Il governo giapponese, un altro monumento di ipocrisia globale, ha versato lacrime di coccodrillo per l’uccisione a sangue freddo del giornalista Kenji Nagai. Mettendo assieme tutto il coraggio di cui è capace, il governo di Tokyo ha chiesto «spiegazioni» e ha ricevuto la risposta «ops, scusate, ci dispiace molto», dal ministro degli esteri birmano, che avrebbe anche potuto aggiungere «è stato un bersaglio facile». E a proposito del tagliare ogni aiuto al regime assassino, ovviamente il governo giapponese ha chiarito la sua posizione: «Troppo presto». Forse stanno aspettando educatamente che i militari uccidano un’intera troupe di giornalisti prima di fare qualcosa. Le vittime birmane, in ogni caso, non contano.
La retorica più prevedibile è arrivata dal presidente statunitense George Bush che, mentre annunciava un elenco di sanzioni contro i leader militari birmani, ha incredibilmente detto: «Invito i soldati e i poliziotti birmani a non usare la forza contro i propri concittadini».
Bush avrebbe potuto scegliere anche altre parole, ma nessuna di queste sarebbe stata credibile da un uomo con un record di stragi di civili in Iraq e in Afghanistan. La distruzione sistematica delle norme internazionali sui diritti umani operata dal regime di Bush gli ha tolto il diritto di dare lezioni a chiunque, perfino alla giunta militare birmana. Una situazione davvero molto triste.
E che dire dei vecchi amici della Birmania, come la Thailandia, Singapore o la Malesia che in un sorprendente scatto del loro collega nell’Asean, hanno espresso la «repulsione» per l’uso della forza contro civili innocenti? La loro dichiarazione è senza dubbio benvenuta, ma arriva con almeno venti anni di ritardo rispetto a quando avrebbe potuto avere un qualche peso reale.
I governanti militari della Birmania hanno già spremuto dalla dubbia politica di «impegno costruttivo» dell’Asean tutto quello che potevano, cioè proteggere il regime, all’interno e guadagnarsi una forma di riconoscimento internazionale. All’inizio degli anni novanta, quando i generali birmani erano davvero in bassa fortuna, è stato l’Asean a offrirgli soccorso e amicizia e a bollare quelli che chiedevano la democrazia in Birmania come «ignoranti dei valori asiatici».
Tutto questo ci porta a Cina e India, i due vicini giganti della Birmania, che per molto tempo hanno inondato la giunta militare con investimenti, aiuti e armamenti e da cui adesso il mondo si aspetta che esercitino la loro «influenza» sui generali.
L’attivo appoggio cinese ai generali birmani non è affatto sorprendente, per un paese che ha il proprio vergognoso record di repressione contro i movimenti democratici. Non penso tuttavia che i cinesi siano davvero preoccupati per il fatto che le proteste birmane possano innescare un’altra Tien an men, non immediatamente almeno e non fino a quando il boom consumistico cinese continuerà a ipnotizzare la popolazione.
Di fatto, i cinesi, pragmatici come sempre e attenti ai loro cospicui investimenti in Birmania, potrebbero essere i primi a rovesciare la giunta militare, se si rendessero conto che l’onda delle proteste democratiche fosse sul punto di vincere. La loro futura posizione sulla Birmania, probabilmente, sarà come uno yo-yo, secondo quale gatto, bianco o nero, è più vicino a prendere il topo.
Di tutti i paesi del mondo, la posizione più vergognosa è quella dell’India, un tempo patria del Mahatma Gandhi, ma adesso governata da una classe politica la cui coscienza morale farebbe rabbrividire chiunque. All’India piace ricordare in ogni occasione di essere la «più grande democrazia del mondo», ma quello che non dice a nessuno, ma che tutti possono vedere, è che la sua democrazia è «di pessima qualità». Perché altrimenti il governo indiano avrebbe inviato il ministro del petrolio, Murali Deora, a firmare un accordo per la ricerca di gas naturale, a fine settembre, proprio mentre la giunta militare stava complottando contro il suo popolo? Negli ultimi anni, l’India, insieme ad altri saporiti accordi, ha anche fornito ai militari birmani armi e addestramento, come se i loro proiettili non colpissero i cittadini con sufficiente precisione.
Non è sempre stato così. La fase «idealista» della politica indiana verso la Birmania risale a quando il primo ministro indiano Pandit Nehru e il suo collega birmano U Nu erano buoni amici e decidevano politiche basate sulla fiducia e sulla cooperazione. Dopo che U nu è stato deposto dal colpo di stato militare del 1962, i successivi governi indiani si sono sempre opposti, in linea di principio, alla dittatura. Al culmine del movimento per la democrazia, nel 1988, il servizio birmano della All India Radio, chiamava il generale Newin e i suoi uomi «cani» [un insulto grave per i cani, ovviamente]. Con il governo di Narasimha Rao, nel 1992, è stata invece l’India a scodinzolare.
La fase «pragmatica» della politica indiana verso la Birmania, dall’inizio degli anni novanta, ha significato essenzialmente gettare dalla finestra ogni principio e fare qualsiasi cosa pur di far avanzare gli interessi strategici ed economici dell’India. Una scusa ulteriore per corteggiare la giunta militare è stato il presunto bisogno di bilanciare la crescente «influenza cinese». In tutti questi anni, tuttavia, è difficile dimostrare che gli interessi indiani a lungo termine siano stati serviti meglio dal «pragmatismo amorale» che dall’idealismo del passato. Di fatto, ciò che emerge da un’attenta analisi della politica indiana è che il solo beneficiario è il regime militare birmano.
Prendiamo per esempio il mito dell’India che bilancia l’influenza della Cina che, secondo le analisi della difesa indiana, negli ultimi due decenni ha guadagnato un’importante testa di ponte in Birmania e ha pizzato installazioni militari in grado di minacciare l’India e ha maturato una considerevole influenza sul regime militare. Dicono, queste analisi, che la forte posizione indiana a favore del movimento per la democrazia nel 1988 ha aperto per paesi come la Cina e il Pakistan, un’occasione per avvicinarsi ai generali birmani.
Gli analisti della difesa, con la loro distorta visione del mondo come una scacchiera geopolitica, dimenticano che la decisione del governo indiano di appoggiare il movimento democratico non era un «errore» di ignoranza o calcolo, ma rifletteva il genuino sentimento di appoggio per il popolo birmano che c’era nell’opinione pubblica indiana.
Il secondo mito che spinge il ministro degli esteri indiano a rivolgersi ai generali birmani è che facendo così, l’India potrebbe avere l’appoggio della Birmania nella lotta contro il narcotraffico che alimenta le insurrezioni armate nel nord est del paese. Questo argomento assume che i generali birmani siano in grado e vogliano fare qualcosa per controllare le attività delle milizie etniche indiane e dei narcotrafficanti lungo il confine. Almeno per quanto riguarda il narcotraffico, c’è di che preoccuparsi, visto che alcuni gruppi vicini al regime beneficiano direttamente da questo commercio.
Per quanto l’attuale politica indiana non abbia raggiunto nessuno dei suoi obiettivi strategici in Birmania è anzi servita ad alienarsi le simpatie del movimento democratico e dei suoi milioni di sostenitori in tutto il mondo. E per quanto ampi settori della popolazione indiana siano apatici e non conoscano le politiche del loro governo verso la Birmania, il loro silenzio non implica approvazione. L’India non è una democrazia grazie alla benevolenza della sua elite di politici, analisti o burocrati, ma anzi lo è nonostante loro e per il forte rifiuto di qualsiasi forma di dittatura che esiste tra i cittadini indiani. È tempo che il governo indiano rispei i sentimenti dei suoi elettori e smetta di usare malamente l’espressione «interesse nazionale» per appoggiare i dittatori birmani.
Ai cittadini birmani, la studiata impotenza del mondo verso i loro brutali governanti, dice che dovranno raggiungere la democrazia contando solo sulle proprie forze. I popoli del mondo, ovviamente, li appoggeranno in qualsiasi modo possibile, ma aspettarsi che i governi del mondo possano aiutare a rovesciare il regime è irrealistico quanto aspettarsi che i generali rinuncino al potere da soli. Non c’è altra opzione che continuare a lottare.

Satya Sagar è scrittore, giornalista e videomaker di New Delhi.
Tratto da Znet

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