Va bene che siamo in Italia e va bene che siamo in campagna elettorale, ma se c’è una cosa che ci pareva di aver imparato, tra la fine e l’inizio del secolo, è che quel che ci capita non comincia e finisce dentro i confini nazionali. Pensarla all’opposto può solo condurre all’alienazione [termine non marxista, in questo caso, ma psichiatrico] di cui è preda il Partito democratico, il quale, mentre le borse crollano e le banche falliscono di qua e di là dell’Atlantico, mentre un’epoca storica sta finendo quella del dollaro e dell’impero americano, [come spiegherà bene Tonino Perna nel prossimo settimanale di Carta], fa la collezione dei più insulsi luoghi comuni liberisti: la flessibilità, la concorrenza, la crescita, ecc.
Bene, questa premessa per invitare a distogliere lo sguardo da Ballarò e Porta e Porta e rivolgerlo al Chiapas, Messico, continente americano, pianeta Terra. Agli indigeni ribelli di laggiù dobbiamo molto, e ancor più dovremo essere riconoscenti in futuro. Ci hanno consegnato un nuovo linguaggio, un nuovo modo di resistere al liberismo della flessibilità e della crescita, un’altra idea, e pratica, della cosa che chiamiamo democrazia. Sono stati, e sono, gli zapatisti, la finestra grazie alla quale abbiamo potuto, e possiamo guardare un panorama futuro.
Esagero? Non so, sono a milioni a pensarla così, in tutto il mondo. Perciò, se le comunità autonome zapatiste sono assediate da bande paramilitari e progetti di «sviluppo», come accade ora, dovremmo percepire questi fatti come nostri, vicino come la Val di Susa e drammatici come Bolzaneto. Per il nostro stesso bene. Quindi aderite alla campagna che tutte le associazioni amiche degli zapatisti in Italia stanno lanciando: «Los zapatistas no estàn solos». Come si dice, in spagnolo o in una delle lingue indigene, lo tzotzil o il chol, «mutuo soccorso»?
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