Per la serie «Strano ma vero», deliziosa rubrica della Settimana enigmistica, vorrei proporre quel che chiamerei il Paradosso di Tonino, sorta di legge anti-economica che si potrebbe riassumere nell’affermazione «chi sta peggio, sta meglio», o anche, parafrasando gli anarchici, «né Stato né Mercato». Tonino Perna, economista e iniziatore in Italia del «fair trade», ha scritto qualche tempo fa un articolo per Carta settimanale in cui si chiedeva: «Come mai la Calabria è in coda a tutte le classifiche basate su indicatori economici come il Pil, il reddito pro capite o l’occupazione, eppure i calabresi non muoiono di fame o quasi?». Certo, si rispondeva, pesa l’economia criminale, la ‘ndrangheta, i cui profitti sono spettacolari: anche se la redistribuzione della ricchezza non è precisamente in cima ai pensieri delle cosche. E certo non si può dire che i calabresi siano felici, visto che è ripresa una invisibile e massiccia emigrazione. Però è anche vero che il tono medio della vita , del cibo, dell’abitazione non è catastrofico, e questo non dipende solo dai soldi pubblici. Quando era presidente del Parco nazionale dell’Aspromonte, Tonino aveva condotto un’inchiesta a fondo sui piccoli comuni della montagna, i più poveri, fotografando una economia parallela, non contemplata nelle statistiche, che si può definire «economia informale», o «economia di prossimità». E che consiste nello scambio senza denaro, nel dono, nella produzione e commercio di beni su «cicli corti», nel reciproco sostegno familiare [di famiglie allargate] e così via. E’ ciò che in altre parti del paese, più modellate sull’economia formale, ha preso la forma del gruppi d’acquisto solidali, dell’artigianato, del riciclo, ecc.
Bene, l’ulteriore domanda – quasi pazzesca – che ci siamo posti, quando si è trattato di mettere insieme il numero del settimanale che cerca di decrittare il «big bang» delle banche statunitensi e non solo, è se queste esperienze di «sconnessione» dal mercato globalizzato, possano seriamente diventare un’alternativa al sistema economico che con tutta evidenza ci sta spintonando verso il disastro ambientale [il riscaldamento globale], sociale [la disuguaglianza planetaria crescente] ed economico [la grande crisi finanziaria ormai esplosa, tutta a danno dei risparmiatori medi e piccoli]. E se un mondo in cui la produzione è a misura prima di tutto del fabbisogno locale, l’energia viene risparmiata e prodotta diffusamente non in «centrali» ma con micro-impianti e da fonti pulite, il trasporto vira verso il pubblico e il non nocivo e il mercato torna ad essere un luogo dove esseri umani scambiano quel che hanno prodotto, non possa essere un’altra possibilità, lontana dal capitalismo finanziarizzato [i mutui subprime] e dal capitalismo di Stato [Alitalia].
In fondo, ci siamo detti, in una campagna elettorale in cui la cosa più di sinistra che capita di sentire è che «bisogna aumentare i salari per stimolare i consumi» [i salari di chi? Il consumo di cosa?], che male c’è a immaginare qualcosa di radicalmente diverso, che male non fa, e anzi fa del bene alle duecento famiglie del gruppo d’acquisto solidale di Pisa e ai piccoli agricoltori dell’Aspromonte calabrese? Se Benetton fa una mega-campagna pubblicitaria utilizzando come «testimonial» il micro-credito, qualcosa di convincente ci deve essere, in questa altra economia, non vi pare? E magari, se Benetton completasse la sua campagna con grandi foto di soldati in Iraq e con il titolo «macro-credito», potremmo capire meglio cosa è l’opposto di cosa.
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