Sul clima nessun accordo in vista

La conferenza internazionale sul clima, in corso a Bali [Indonesia] si avvia alla conclusione, prevista per venerdì 14. La versione ufficiale parla ottimisticamente di «progressi» fatti nella ricerca della «fondamenta» di nuovi accordi per contrastare i cambiamenti climatici. Altri osservatori, invece, dicono che le trattative sono arenate e che le proposte in discussione sono drammaticamente inferiori ai tagli richiesti dagli scienziati per ridurre il riscaldamento globale.
Durante la conferenza stampa che ha chiuso le prime due settimane di negoziati, il segretario dell’Unfccc [la cornice Onu entro cui si svolge la conferenza] Yvo de Boer ha detto che il summit doveva arrivare a due cose: «Prima di tutto doveva precisare una serie di temi correnti che sono di particolare importanza per i paesi del sud del mondo. Per esempio, dobbiamo avanzare sulla questione dell’adattamento, su quella dei trasferimenti di tecnologia e sulla riduzione della deforestazione. Secondo, si deve lanciare un meccanismo di azione sui cambiamenti climatici che vada oltre il 2012, quando scade il Protocollo di Kyoto». Dalla famosa isola indonesiana non arriverà alcun accordo su come affrontare in futuro dei cambiamenti climatici. L’obiettivo è il solo lancio di nuovi negoziati e fissare un’agenda sulle «fondamenta» di un accordo futuro, nonché una data entro cui concludere i negoziati.
Secondo de Boer, sono emerse dal summit tre diverse visioni. Alcuni paesi volevano accordi vincolanti per i paesi del sud del mondo. Altri dicevano che i paesi in via di sviluppo possono limitare le emissioni solo se ci sono incentivi adeguati. Inoltre, il terzo punto in discussione è stato se i paesi ricchi debbano accettare limiti vincolanti oppure fissare degli obiettivi nazionali. Per almeno tre delle quattro «fondamenta» delle discussioni future, «ci sono stati buoni progressi – dice de Boer – e riguardano la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, le strategie di adattamento e il trasferimento di tecnologia. Il fatto che non ci siano stati progressi altrettanto buoni sul piano della finanza non significa che la questione sia più difficile ma solo che non c’è stato abbastanza tempo per discuterla». In ogni caso, secondo de Boer, i paesi partecipanti hanno mostrato «forte volontà» per fare dell’incontro di Bali un successo.
Gurmit Singh, il più prominente ambientalista malese, ha un’opinione molto diversa: «Danno sempre un’immagine rosea – ha dichiarato a Ips per telefono – penso invece che le discussioni siano bloccate perché non c’è una posizione comune». Gran parte del dibattito si concentra sulla questione della tecnologia: «I più grandi tra i paesi del sud del mondo, come la Cina, il Brasile e l’India frenano, perché vogliono prima le prove dei tagli di emissioni compiuti dai paesi ricchi». Il problema è che i paesi del sud voglio aspettare prima di iniziare a ridurre le emissioni, dato che il Protocollo di Kyoto è vincolante solo per i paesi ricchi. «Nel frattempo, però, le emissioni di paesi come la Cina, l’India e il Brasile, o perfino la Malaysia, sono aumentate», aggiunge Singh, che è direttore del Centro malese per la tecnologia, l’ambiente e lo sviluppo [Cetdem]. Per esempio, il Rapporto dell’Undp mostra che dal 1999 al 2004 le emissioni della Malaysia sono cresciute del 221 per cento, il tasso di crescita più alto tra i trenta paesi più inquinanti.
L’Agenzia internazionale per l’energia [Iea] ha previsto un aumento della domanda globale di energia nell’ordine del 50 per cento entro il 2030. Gran parte di questo aumento verrà dalle economie in rapida crescita, come l’India e la Cina. Senza politiche climatiche, a questo potrebbe corrispondere un aumento del 50 per cento delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra. «Per questo i paesi ricchi e soprattutto gli Stati uniti dicono ‘perché dovremmo ridurre le emissioni, visto che la Cina ormai inquina quanto noi?’ – spiega Gurmit – Questo serve a scaricare un eventuale fallimento sui grandi paesi del sud del mondo».

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