Vorrei chiedere a Ferrero

Mi piacerebbe avere l’occasione di scambiare due parole con il mio vecchio amico Paolo, nel frattempo diventato ministro della solidarietà sociale. Gli vorrei chiedere se davvero pensa quel che ha detto alla direzione del suo partito, per spiegare come mai ha votato, nel consiglio dei ministri convocato d’urgenza, il decreto sulle espulsioni. Decreto variamente qualificato come «fascista», «razzista», «ammazza-poveri», «di stampo nazista» [questa l’ha detta la responsabile immigrazione del Prc di Bologna]. Ammettiamo pure che questi aggettivi siano una esasperazione polemica, ma non ci sono dubbi sul fatto che si tratta di un rospo impossibile da mandar giù, non solo per una persona di sinistra, ma per un liberale, un europeista, un democratico [se questa parola avesse ancora un valore, dopo l’appropriazione indebita da parte del partito di Veltroni, massimo ispiratore di quella sceneggiata]. Le stesse modifiche che Rifondazione ora chiede in modo fermo [speriamo] ne cambierebbero abbastanza il senso. Secondo Liberazione, Ferrero ha detto: «L’ho fatto per due ragioni. La prima derivante dal fatto che votare con una campagna stampa di quel tipo significava l’impossibilità di gestire la comunicazione di quella scelta… La seconda per una ragione politica: ora, grazie a quel voto abbiamo la possibilità di modificare quel decreto in parlamento. Votando no avrei spalancato la strada a un accordo bipartisan tra Pd e destra».
A me, che non mi intendo di politica, le ragioni di Ferrero elenca paiono contraddittorie, illogiche. Prima di tutto, i media. Che certo sono potenti, creano un clima, costringono i politici a discutere le priorità che essi stessi stabiliscono. Ma appunto un partito come Rifondazione, e il suo ministro, dovrebbero contraddire quelle priorità e stabilire canali di comunicazione diversi con i loro elettori, con la società. A prendere alla lettera quel che dice Ferrero, lui non potrà mai votare in modo difforme, se i media del regime [liberista] aprono il fuoco con una certa aggressività. Mi pare che la stessa direzione di Rifondazione abbia discusso di questo problema: chi stabilisce l’agenda? Ecco la risposta.
Dopo di che, votare sì a un provvedimento di quel genere come premessa per poterne discutere poi è molto pericoloso, mi pare. Perché presuppone che non possa fare argine dove la diga si rompe, ma si accomoda a riparare il disastro quando è già compiuto. La campagna dei media, di Amato, di Prodi e soprattutto di Veltroni, in quei giorni, ha provocato disastri nell’opinione corrente, ben oltre la lettera del testo del decreto. Non solo romeni e rom, o poveracci accampati sugli argini del Tevere, sono diventati di per sé «delinquenti», ma il segnale è stato subito preso al balzo da amministrazioni locali e prefetti che non aspettavano altro che di convocare le ruspe. In Italia c’è stato un pogrom su larga scala, altro che solidarietà sociale: aggiustare il decreto ora è meglio che niente, ma la catastrofe è già avvenuta.
Supponiamo invece che Ferrero avesse votato contro, quella sera, tutto da solo. Certo sarebbe stato sepolto di insulti, e il suo partito pure. Ma quando i Sergio Romano, i Gad Lerner, le Barbara Spinelli, insomma i superstiti testimoni del liberalismo tollerante, avessero, come hanno fatto, cominciato a scrivere di «xenofobia», a proposito del decreto, e quando associazioni e reti sociali e gente di Rifondazione avessero – come sta accadendo – preso a riparare la tela strappata città per città, campo rom per campo rom, allora Paolo avrebbe potuto dire: solo io avevo capito, ho tenuto fermo un principio e ho avuto ragione.

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