Il nuovo mondo di Fmi e Banca mondiale

Gli incontri annuali di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale a metà ottobre sono stati senza dubbio sotto tono rispetto al passato – nonostante la solita militarizzazione della zona di Washington che ospita le istituzioni – e hanno deciso ben poco. Eppure in tanti si aspettavano uno scatto di orgoglio delle istituzioni finanziarie internazionali, sfidate politicamente dai paesi del Sud America, che pochi giorni prima avevano annunciato la firma dell’accordo per la creazione della nuova Banca del Sud. Un organismo che li dovrebbe rendere indipendenti dalle istituzioni di Bretton Woods.
L’Fmi, ancora controllato dal G7, ha mostrato per l’ennesima volta la sua incapacità di adattamento. Nessun accordo con gli Usa – e tanto meno con la Cina – sull’equilibrio tra i tassi di cambio che generano il «supereuro», nessuna soluzione per arginare i rischi associati alla crisi finanziaria dei mutui sub-prime. Ma soprattutto si è bloccato di nuovo il negoziato per rivedere la struttura decisionale del Fondo e far spazio alle economie emergenti. Le proposte presentate dallo stesso management del Fondo rasentano la presa in giro: alcuni paesi del G7, tra cui l’Italia, avrebbero ancora più peso; tranne la Cina quasi tutti gli stati del Sud perderebbero potere e quelli più poveri non avrebbero quasi più voce in capitolo – il Belgio conterebbe di più di tutta l’Africa sub-Sahariana incluso il Sud Africa e il Lussemburgo più di Uganda, Kenya e Tanzania messi insieme.
Da qualche settimana a questa parte l’Italia ha maturato le sue responsabilità, visto che la presidenza della Commissione monetaria e finanziaria che guida politicamente l’Fmi è stata affidata al ministro Tommaso Padoa-Schioppa, ignorando i mal di pancia del Sud del mondo che vede ancora una volta gli europei fare man bassa dei posti di comando. Il 1 novembre, infatti, si insedierà il francese Dominique Strauss-Khan, socialista liberista, che succederà alla fallimentare gestione dello spagnolo Rodrigo de Rato, che ha fatto precipitare l’Fmi in una crisi forse senza ritorno.
Sul fronte della Banca mondiale, invece, si respira già aria nuova. Gli incontri annuali sono stati la prima volta del neo-presidente Robert Zoellick, ex super-negoziatore al commercio dell’amministrazione Bush, nonché direttore della potente banca d’affari Goldman Sachs. Zoellick è statunitense, come tutti i presidenti della Banca mondiale per tradizione «feudale» dal 1944 in poi. Subito si vede la differenza con il suo predecessore, il falco neo-con Paul Wolfowitz.
Il neo-presidente, astuto manovratore, è riuscito in poche settimane a ritrovare il sostegno del consiglio dei direttori a maggioranza europea e quindi a lanciare un piano di revisione strategica della Bm. Tra le priorità, i nuovi strumenti finanziari per continuare a prestare ai paesi emergenti e non perderli come clienti, pena il tracollo finanziario; trovare maggiori fondi per le realtà più povere, convincendo il titubante Congresso Usa; infine l’emergenza climatica, rispetto a cui rimodellare l’operato dell’istituzione. In ogni campo la soluzione di Zoellick è basata sulla centralità del settore privato. Per i paesi emergenti si può ricorrere alle alchimie di Wall Street, e anche nei paesi più poveri bisogna spingere sul settore privato, favorendo una deregolamente degli investimenti a vantaggio delle aziende straniere. Una ricetta spinta in particolare nel settore agricolo, a cui la Banca ha dedicato il suo rapporto annuale sullo sviluppo, un pezzo di ideologia liberista che ci riporta agli anni ’90. Per la sfida climatica la «soluzione» è rafforzare il mercato dei permessi di inquinamento che permettono alle grandi aziende di continuare nel loro business as usual. Ciliegina sulla torta, Zoellick ha portato in dote il tema degli «aiuti al commercio», a lui caro dai tempi del negoziato nella Wto, un altro modo per spingere l’apertura dei mercati anche nei paesi più disastrati.

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