Quando ero bambino, la Tv dei Ragazzi trasmetteva telefilm intitolati «C’ero anch’io»: ricostruzioni storiche, la cui visione avrebbe permesso appunto di poter dire «c’ero anch’io». E c’ero anch’io a Genova, in via Tolemaide, davanti alla testa di un corteo bardato di plastica per una guerra derisoria, e vidi partire da dietro un angolo i lacrimogeni. A tradimento: il corteo era nel percorso autorizzato. Ne seguì un delirio, diecimila persone costrette ad arretrare di fronte ad attacchi sempre più violenti, fino in piazza Alimonda, dove un ragazzo fu ucciso. Era Carlo Giuliani.
Chi aveva deciso di umiliare, pestare, aggredire di notte [alla scuola Diaz], torturare [a Bolzaneto], tante ragazze e ragazzi? La domanda aleggia, ostinata come un cattivo odore, nella stanza del già capo della polizia Gianni De Gennaro, oggi seduto sulla confortevole sedia di capo di gabinetto del ministro degli interni. Sono in corso i processi. In quelli per la Diaz e Bolzaneto è già trasudato il liquame di menzogne e violenze di cui sono responsabili poliziotti di vario grado [ma non De Gennaro]. Nell’altro, venticinque persone prese un po’ a caso sono accusate di «devastazione e saccheggio», e per loro i pubblici ministeri hanno chiesto 225 anni di carcere.
Si tratta di un processo politico, che vuole bilanciare gli orrori commessi dalle «forze dell’ordine». E’ un insulto a quelli che erano a Genova in quei giorni e che poi hanno acceso scintille sociali in giro per l’Italia, in tutti questi anni. Genova è il punto di partenza al quale torneremo il 17 novembre, vigilia della sentenza contro i venticinque. E’ una manifestazione necessaria: per riconoscerci, per riconoscere quanto fondamentale è stata Genova. Facciamo in modo di poter dire di quel 17 novembre, in futuro: «C’ero anch’io».






