Undicimila giorni di antimafia firmati Peppino

«Con le nostre sole forze e con qualche collaborazione abbiamo pubblicato volumi di ricerche su omicidi e processi di mafia, sul traffico internazionale di droghe, su mafia e politica, sul ruolo delle donne, su Cosa nostra e globalizzazione. La nostra analisi si è mostrata alla lunga la più rispondente alla complessità del fenomeno della criminalità organizzata. Il nostro lavoro nelle scuole si è esteso a livello nazionale. Su territorio abbiamo sostenuto alcune lotte sociali esemplari, come quelle dei senza casa per cui abbiamo indicato come possibile soluzione l’uso di edifici confiscati ai Mafiosi». Parla con comprensibile orgoglio Umberto Santino quando elenca i risultati conseguiti in 30 anni di lavoro dal suo Centro di documentazione siciliano, fondato a Palermo nel 1977 insieme alla moglie Anna Puglisi e oggi dedicato alla memoria di Giuseppe Impastato (www.centroimpastato.it).

Tutto cominciò con un convegno sul massacro di Portella della Ginestra del 1947, definito «strage per il centrismo», che ne proponeva una lettura socio-politica oltre che storica. «Erano gli anni del compromesso storico – ricorda Santino– e il ricordo di Portella veniva celebrato con rituali sempre più stanchi e unanimistici. Con il nostro convegno abbiamo voluto recuperare una memoria scomoda: la strage del primo maggio 1947 veniva dieci giorni dopo la prima e ultima vittoria delle sinistre alle elezioni per il governo regionale, da cui però saranno estromesse sull’onda dell’analoga decisione nazionale. Era un alt al movimento contadino che aveva portato quelle forze al successo elettorale, motivato da interessi locali e internazionali».
Da allora il lavoro di ricerca sul fenomeno mafioso del Centro non si è mai fermato, anche se non sono mancati i momenti difficili. Il primo, e forse il peggiore, giunse appena un anno dopo, il 9 maggio 1978: a Cinisi fu ucciso con una bomba nell’auto Giuseppe Impastato, figura simbolo di una gioventù siciliana che non voleva piegare la testa davanti al potere del crimine organizzato. Un duro colpo per tutte le realtà dell’isola impegnate nella militanza politica di sinistra e nella lotta alla mafia, come Psiup e Avanguardia operaia, che oltre a perdere un elemento prezioso furono travolte da depistaggi ed errori nelle indagini: «Non posso dimenticare l’isolamento dei compagni di Peppino. Accanto a loro eravamo in pochissimi: noi di Palermo, altri compagni dei paesi vicini, due avvocati e un vecchio professore di medicina legale, Ideale Del Carpio, che ci aiutò a dimostrare l’assurdità delle tesi dell’atto terroristico e del suicidio. L’incontro con la madre e il fratello di Peppino ed è stato un momento decisivo della storia del Centro: con loro abbiamo condotto una lunga battaglia per riabilitarne la figura, smontando la montatura che lo voleva bombarolo, e per ottenere giustizia, tempestando la Procura con esposti e documenti. Nel palazzo di giustizia alcuni magistrati ci sono stati vicini, in particolare il consigliere istruttore Rocco Chinnici, che venne a sua volta ucciso nel 1983». Una battaglia che, seppur con molto ritardo, è finita con un successo: nel biennio 2001-2002 Gaetano Badalamenti e il suo vice sono stati condannati per l’omicidio di Giuseppe Impastato, e nel 2000 la Commissione parlamentare antimafia ha fatto nomi e cognomi dei rappresentanti delle forze dell’ordine colpevoli di depistaggio.

Questa vicenda ha segnato profondamente gli animatori del Centro, che quando nel 1980 ne fanno ufficialmente un’associazione culturale scelgono di chiamarla proprio «Giuseppe Impastato», in memoria del compianto compagno. All’attività di ricerca si affiancano in quel periodo nuovi modi di fare informazione e sensibilizzazione sulla mafia: gli interventi nelle scuole, grazie a una nuova legge regionale che apre spazi per queste forme di coinvolgimento, e la partecipazione alle iniziative sociali e culturali. Il potere mafioso continua però a crescere, mentre il controllo dello Stato sulla Sicilia pian piano retrocede: quelli che vanno dall’assassinio del generale Dalla Chiesa nel 1982 agli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono dieci anni difficilissimi, che sembrano dare forte impulso al sentimento antimafia della popolazione isolana. Una fiammata destinata però a spegnersi presto: «Dopo i grandi delitti e le stragi degli anni Ottanta e Novanta – prosegue nel racconto Umberto Santino–ci sono state grandi manifestazioni, ma dopo poco tempo a lavorare siamo rimasti in pochi. Il potere politico in Sicilia è passato dalla Democrazia cristiana all’Udc e a Forza Italia, con una sostanziale continuità nelle abitudini clientelari che offrono buone occasioni ai membri della borghesia e assicurano redditi di sopravvivenza anche agli strati popolari. Anche la sinistra, quello che ne rimane, ha le sue colpe, perché si accontenta di vivacchiare». A facilitare questo rapido oblio c’è anche il cambio di atteggiamento di Cosa Nostra, che dalla seconda metà degli anni Novanta abbandona gli atti eclatanti e torna a manovrare nell’ombra: «La mafia in questi anni è passata dallo stragismo alla sommersione, recuperando la prassi della mediazione per sopravvivere all’effetto boomerang delle stragi e riallacciare il suo sistema di rapporti. Il quadro politico-istituzionale, dopo la reazione all’escalation della violenza mafiosa, ha abbandonato la lotta alle mafie e così anche buona parte della società civile. Manca un progetto complessivo che miri a sgretolare il blocco sociale di egemonia criminale proponendone uno alternativo, che sappia mettere al centro dell’attenzione i problemi dell’occupazione, del lavoro nero e precario, dell’uso razionale delle risorse e della partecipazione democratica. Senza questo progetto ogni attività rischia di rimanere esemplare ma minoritaria».

Come purtroppo succede spesso, i mezzi di informazione, invece di farsi portatori di un messaggio positivo e mantenere attiva l’attenzione su Cosa Nostra e i suoi traffici, hanno finito per allinearsi al disimpegno, soffermandosi tuttalpiù sugli elementi folkloristici o sulle storie personali delle figure di primo piano dell’organizzazione: «Anche l’informazione segue l’istogramma della violenza mafiosa: se non c’è il grande delitto le mafie non fanno notizia. Ci si interessa invece molto della sorte dei padrini, prima Totò Riina e poi Bernardo Provenzano, senza mai parlare del sistema di relazioni che permette loro di fare quello che fanno. Entrambi sono quasi analfabeti ma operano negli appalti, nella sanità e in altri settori. Come potrebbero riuscirci senza la collaborazione di professionisti, imprenditori, pubblici amministratori e rappresentanti delle istituzioni? La ricerca su questo aspetto del potere mafioso però è fatta da pochissimi, spesso fuori dai canali accademici, e la grande informazione si dedica più all’ermeneutica dei pizzini e degli appunti sulla Bibbia di Provenzano che all’analisi delle associazioni criminali di stampo mafioso».

Proprio contro questa tendenza all’arrendevolezza e alla superficialità nell’informazione sul fenomeno si batte da sempre il Centro di documentazione, non senza difficoltà pratiche e, ovviamente, economiche. L’erogazione dei fondi pubblici per queste iniziative a livello regionale è gestita senza criterio, mancano leggi organiche che fissino requisiti per i destinatari e veicolino i fondi verso chi ne ha veramente bisogno. “Ciò significa –spiega laconico Santino – che per il momento dobbiamo ricorrere all’autofinanziamento, e ogni giorno dobbiamo fare i conti con la scarsità delle risorse che limita drasticamente le nostre attività. E’ avvilente».
Ciononostante, la voglia di continuare nell’impresa non manca, e passate le celebrazioni per il trentesimo compleanno già sono in cantiere nuovi ambiziosi progetti: «Le nostre priorità restano le stesse, quelle su cui lavoriamo da trent’anni. Il nostro prossimo obiettivo è ruscire a realizzare a Palermo un Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia, un grande contenitore con un percorso museale, biblioteca-cineteca e spazi per un lavoro comune, possibilmente in un edificio confiscato ai mafiosi. E poi sta per uscire l’Agenda antimafia, che unisce memoria delle lotte contro le mafie e informazioni utili». A guidare il percorso, oltre al ricordo indelebile di Peppino Impastato, la convinzione incrollabile che Cosa Nostra vada combattuta prima di tutto diffondendo conoscenza e consapevolezza tra chi ci convive ogni giorno facendo finta di non vedere.

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